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venerdì 14 maggio 2010

L'ITALIA CHE TREMA


Thierry Fremaux, direttore del Festival di Cannes a proposito della reazione del Mistro italiano delle attività culturali di fronte al film Draquila ha affermato: "Troviamo davvero inconcepibile questo atteggiamento verso la libertà di espressione mentre riteniamo importante che tutti i Paesi combattano per essa".


La regista Sabina Guzzanti ha risposto invece alle critiche del ministro dicendo:
"Se non l'accusavano di infangare l'Italia, non ci sarebbe stato qui il grande interesse per il film. "Infatti al primo momento ero contentissima e scherzando dicevo, ma io a quel buon'uomo gli mando rose rosse, champagne. Poi ho capito che lo scopo di quegli insulti non era danneggiare il mio film, ma la gente…” :

Che dire di Sabina Guzzanti, ovvero l’unica rappresentante italiana dell’opposizione? Come dice Film.tv, “da una parte è vittima di una certa ideologia preconfezionata nonché protagonista di cadute di stile sinceramente evitabili, dall’altra - bisogna riconoscerglielo - non lesina certo in coraggio.” La denuncia è alleggerita dai disegni pop e la satira è sostituita dal giornalismo d’inchiesta. E al di là del credo politico, il documentario è valido, senza sconfinare nella pura propaganda fine a se stessa e senza calcare i toni. Non è mai offensivo o gratuitamente anti-berlusconiano, ma semplicemente racconta l'ultimo anno di politica in Italia. Una Michael Moore in gonnella italiana? Beh, negli USA Moore ha incassato parecchio, mentre Draquila è stato un enorme fiasco al box office (tra l'altro la distribuzione in solo 96 sale non aiuta).

Nel suo nuovo documentario la Guzzanti mostra come il tragico terremoto de L’Aquila, non solo fosse evitabile (da un mese si avvertivano scosse nella zona), ma anche come sia stato strumentalizzato dal Governo, dalla Protezione Civile e dalle speculazioni edilizie, tre “settori” che in questo caso sono andati a braccetto.

La Guzzanti intervista gli abitanti della zona, isolati in “campi” sotto stretta sorveglianza delle forze armate, allontanati per sempre dalle loro case (il centro storico è tuttora “protetto” dai militari) e poi forniti (solo alcuni fortunati, però) di alloggi nuovi di zecca che un giorno dovranno restituire al Governo.

Intanto si scoprono le modifiche alla Costituzione apportate dall’ultimo Governo, dove ad emergenza viene aggiunto il termine grande evento, comprendendo così ogni evento sportivo, culturale e soprattutto religioso in cui il potere passa in mano alla Protezione civile. In questo modo l’edilizia non è più una questione locale, ma passa diciamo al potere centrale che può decidere di costruire per il pubblico e per il privato (altra aggiunta recente alla Costituzione).

Un film da vedere al di là delle personali convinzioni politiche, ma ahimé l'apertuta mentale non è mai stata propria del popolo italico. Ecco dunque che si parla subito di film di parte. Ma perchè dividere l'Italia in parti? Non dovremmo essere tutti dalla stessa parte, ovvero quella dell'Italia? E' qualcosa, che dal basso della mia ingenuità non capirò mai perché non riesco proprio a capire nessun tipo di fanatismo, politico, religioso o sportivo che sia.
Quando  Bondi ha affermato che il film offende l’Italia, non ho potuto non pensare ad Andreotti che diceva a De Sica che faceva un pessimo servizio all’Italia. Sono passati 60 anni, ma nulla è cambiato.

A proposito, la prossima settimana la dedicherò a De Sica.

mercoledì 12 maggio 2010

Matrimoni e altri disastri, ovvero la rivincita delle zitelle

MATRIMONI & ALTRI DISASTRI
La giovane regista Nina de Majo, con alle spalle già diversi film dimenticati, mira a proporre una rivincita delle zitelle, incarnate da una Margherita Buy forse troppo glamour per essere credibile. Passata la soglia dei quaranta, la bella Nanà è ancora single, lavora in una libreria e ha abbastanza tempo libero per dare ripetizioni al figlio della sua ugualmente disperata collega (Luciana Littizetto). Quando la sorella minore (Francesca Inaudi) si sposa, Nanà sarà costretta a organizzarle il matrimonio assieme al futuro cognato (Fabio Volo).

Dei matrimoni del titolo in realtà ce n’è solo uno, di disastri tanti e tutti con l’obiettivo di smantellare il mito della famiglia perfetta e convenzionale. E così Nanà quando scoprirà di avere una famiglia molto meno tradizionale di quello che credeva, avrà qualche problema ad accettarla, nonostante si sia sempre contraria ai moralismi e alle convenzioni.

Sicuramente Margherita Buy è l’elemento migliore del film, gratificata da numerosi primi piani e la possibilità di passare da un registro all’altro, sottolineando la sua vena più comica, come del resto è stato fatto anche negli altri film più recenti a cui ha partecipato. Il resto del cast fa semplicemente da contorno, senza avere alcuna possibilità di emergere: la Littizzetto, Volo, la Inaudi sono simpatici ma per nulla valorizzati, subendo probabilmente il peggior trattamento dele loro carriere.

Una commedia femminista, ambiziosa, indecisa fra l’intellettualismo e la commedia popolare, che mette in scena tante questioni d’attualità sulla guerra dei sessi e dei partiti politici senza però lasciare alcun valido motivo per essere ricordato.

VOTO: 6

sabato 8 maggio 2010

Cinema Italiano: fasti e rovine

Tutto il mondo è Paese. Nessuno è profeta in patria. Ovvero: l’Italia snobbava i neorealisti e l’America li premiava; Orson Welles era ripudiato dagli americani ma amato dagli europei.

Tra gli anni ’40 e ’70 a portarsi a casa il maggior numero di Oscar furono degli europei: Wilder, Wyler, Olivier, Anderson, Lean, Richardson, Schlesinger, Forman, o figli di emigrati (Mankiewicz, Minnelli, Coppola).

Con la fine del Neorealismo il cinema italiano non avrebbe più trovato definizioni e si sarebbe diviso in tante strade diverse che portavano ai suoi principali esponenti.
I magici anni ’60 videro anche l’introduzione di una legge che considera il cinema mezzo di espressione artistica, informazione culturale e comunicazione sociale.

Gli anni ’70 si aprono con grandi capolavori e grandi problemi finanziari e si chiudono tristemente.

Infatti nonostante la presenza dei grandi nomi che resero memorabili gli anni ’50 e ‘60, si assiste ad una vera crisi commerciale seguita poi da quella qualitativa. Fellini, dopo i fasti de La Dolce Vita e 81/2 trova sempre più difficoltà nel finanziare i suoi film (dopo opere dispendiose come Satyricon e Casanova) e trova sostegno dalla Rai (Prova d’orchestra), Rossellini si specializza in opere didattiche per la Tv (La presa del potere di Luigi XIV e tante altre), Antonioni diventa sempre più di nicchia, De Sica conosce tardivi riconoscimenti (l’Oscar a Il Giardino dei Finzi-Contini) perdendo però l’estro di un tempo, Visconti realizza opere sempre più rischiose, controverse e ambiziose (Ludwig, La caduta degli dei, Morte a Venezia), i film di Pasolini passano più tempo in tribunale che nelle sale cinematografiche, Bellocchio fatica a trovare visibilità nonostante l’entusiasmo della critica. L’unico che vede la sua carriera in continua ed inarrestabile ascesa è Bertolucci, che tra scandali, processi, ed exploit al box office conosce pure l’incoronazione dell’Oscar nel 1988 collezionando la bellezza di nove statuette.

Si afferma lo spaghetti-western, contaminato dal cinema americano. Ed è proprio il cinema di Hollywood a segnare il tramonto del cinema europeo. Mancano nuovi registi, nuovi volti, nuovi titoli. In Italia si girano solo drammi o commedie.

Il problema è che i grandi autori godono di grande stima della critica, ma sempre minor attenzione del pubblico (l’effetto del ’68 e dei cineforum si spegne in fretta), che sembra preferire generi più commerciali. Sono gli anni in cui a dominare i box office sono sostanzialmente tre generi: l’horror (Argento, Bava, Fulci), l’erotico (soprattutto la coppia Banfi-Fenech)e il comico, l’unico che sopravvivrà. Si tratta di film spesso scadenti, cosiddetti di serie B.

Negli anni ’80 la situazione non cambia: film come Grandi Magazzini, Rimini, Rimini, Sapore di mare sono i maggior successi al box office. Si tratta di commedie corali superficiali e di bassa lega, lontane anni luce dalle commedie brillanti made in USA o le commedie all’italiana di Risi e Monicelli. Lo stesso discorso vale per i decenni successivi.

Tale involuzione culturale degli italiani e dell’Italia coincide con la nascita delle tv private (Fininvest è fondata nel ‘78), che diffondono una Tv scollacciata e goliardica riproposta poi anche al cinema e incarnata dall’italiano medio Lino Banfi che era ed è tutt’ora amico intimo dell’allora Presidente di Finivest Berlusconi. Ma è poi proprio a Mediaset, sempre di proprietà di Fininvest, che si deve il restauro dei grandi capolavori del nostro cinema: Umberto D, Prima della rivoluzione, La Dolce Vita, L’avventura e tanti altri oggi si possono ammirare ad una qualità superiore perfino a quella di film appena usciti, grazie alla collana “Cinema forever” di Medusa Home Entertainment, in costante crescita. Praticamente un paradosso.



mercoledì 5 maggio 2010

United colors of Italy

Tre sono stati i momenti in cui l’Italia si è sentita più unita:
1) nel momento della propria nascita (a proposito, oggi si festeggia il 150* anniversario della spedizione dei 1000)
2) alle fine del secondo conflitto mondiale
3) nel 2010, anno in cui per la prima volta un governo è stato sostenuto dall’unanimità degli elettori (come testimoniano i sondaggi) e soprattutto anno in cui il popolo italiano ha scelto, sempre all’unanimità, il proprio inno nel testo del brano Italia amore mio di Pupo e Emanuele Filiberto (sempre secondo alcune cifre, in questo caso del televoto).

Ma lasciamo da parte questo glorioso presente per tornare al passato, perché, com’è noto, si stava meglio quando si stava peggio.

Al termine della guerra, nel ’45, il cinema diventa in qualche modo veicolo e simbolo di un nuovo sentimento nazionale di un’Italia unita, lacerata ma finalmente libera.

Gli anni del fascismo segnarono un arresto nel cinema artistico italiano, ma fu in quel periodo che nacquero due istituzioni che ancora oggi conosciamo molto bene: la Mostra del Cinema di Venezia e Cinecittà.
Con la fine del secondo conflitto mondiale s’impose anche un’elevata percentuale di importazioni di film statunitensi nei Paesi alleati. L’Italia e ancor più il Vaticano, furono particolarmente contente di caldeggiare il cinema hollywoodiano, a scapito di quello nazionale anticristiano e antipatriottico.

Ciononostante questi furono gli anni migliori per il cinema italiano, ovvero quando la commedia dei telefoni bianchi fu sostituita dalla commedia all’italiana degli anni ’50, passando per quel magico ed irripetibile momento del Neorealismo fino ad approdare al magico universo felliniano.

domenica 2 maggio 2010

Dive & divine, stelle & stelline

Gina Lollobrigida
Nel reparto maschile, l’Italia non ha avuto divi, ma personaggi vicini al popolo che non hanno disdegnato l’aspetto più popolare del cinema. Nessun sex symbol: l’uomo, a differenza della donna, non ha più dovuto essere bello per dimostrare di essere bravo. E di certo alle casalinghe italiane non si volevano proporre prototipi che si discostassero troppo dai propri mariti.
Il divo c’era prima della guerra e si è estinto con essa.

A parte Mastroianni, unico interprete internazionale che ha ricevuto tre candidature all’Oscar e ha goduto di ampia fama all’estero, gli altri interpreti maschili hanno beneficiato di una visibilità e popolarità limitata al nostro paese (Girotti, Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi). Con le interpreti femminili il discorso è invece diverso. La donna al cinema è sempre stata mitizzata, innalzata ad irraggiungibile simbolo di bellezza e sessualità. 

Alida Valli
L’Italia ha dato molte dive al cinema internazionale: la Lollobrigida celeberrima per la proverbiale bellezza, la Magnani per la bravura, la Valli, la Cardinale e la Loren per una bellezza mischiata ad un indiscusso talento. Nessun attore italiano vinse mai l’Oscar, mentre la Magnani e la Loren ci riuscirono. E l’Oscar è un efficace metro per misurare l’accoglienza della critica e spesso anche la popolarità.
Anna Magnani

Claudia Cardinale
Sophia Loren

Jeanne Moreau e Brigitte Bardot
A questo punto la differenza con i nostri vicini francesi è lampante: parlando di anniversari mi viene in mente che l’anno scorso le due più grandi dive della storia francese e italiana hanno compiuto 75 anni. La differenza è che Parigi è stata sommersa da mostre dedicate a Brigitte Bardot, mentre a Sophia Loren non è stato dedicato proprio nulla, salvo qualche penosa intervista in programmi come Lo show dei record condotto da Barbara d’Urso! Ce ne rendiamo conto?

È vero che una è diventata mito anche o soprattutto per la fermezza di mollare tutto al culmine di fama e bellezza, mentre la seconda si è trasformata nel fantasma di se stessa sottoponendosi ad umilianti (per sé e per il pubblico) apparizioni. Eppure, a differenza della Bardot, la Loren vinse l’Oscar.

Inutile parlare della Cardinale, de-italianizzata dopo il suo trasferimento in Francia o della Lollobrigida, oramai oggetto di scherno. Ma che dire della Magnani, scomparsa prima che il cinema italiano si guastasse e mai ricordata dovutamente? Oppure della Valli, la più poliedrica, che morì nel non lontano 2006 dimenticata da tutti, tra la giusta indignazione del figlio. L’anno scorso è stato anche il ventesimo anniversario della morte di Silvana Mangano. A tal proposito ho letto un bell’articolo su Film.tv. Nulla di più.

Catherine Deneuve
Quando si pronunciano invece i nomi Moreau e Deneuve, le orecchie si schiudono e gli occhi brillano: sono cognomi che si portano appresso un prestigio di cinquanta anni e che ancora oggi impreziosiscono i Festival con la loro presenza.

I nomi delle attrici italiane che hanno reso grande il cinema italiano invece risultano sconosciute ai più, oppure suscitano pena o risa. Molte hanno conosciuto la stessa sorte del cinema italiano, ovvero sono sprofondate nel cinema erotico ed horror in bilico tra cult e trash (Asti, Valli, Bosé), alcune sono cadute nella mediocrità televisiva (Lisi, Loren), altre sprofondate nel trash televisivo più assoluto (Milo e Pampanini: chi oggi osa immaginare che un tempo furono attrici belle e brave?) o segnate da drammi personali che le hanno allontanate dal set (Antonelli, Mangano, Vitti) o addirittura un mix di questi fattori?
Monica Vitti
Silvana Pampanini
Silvana Mangano
Sandra Milo
Virna Lisi
Ho in mente una nuova rubrica sul blog dal titolo “Dive e divine, stelle e stelline”, dedicata alle attrici italiane e francesi attive dagli anni ’50, quelle che hanno contribuito in qualche modo a rendere leggendario il cinema francese e italiano e che oggi non trovano spazio fra le pagine di internet. Non è accettabile che la rete sia piena di siti dedicati ad attricette varie la cui più celebre performance è un sex tape o un cinepanettone e non ci siano siti dedicati alla Valli o alla Vitti. 



Il tutto corredato da moltissime foto esclusive che in Internet non troverete da nessun’altra parte...

sabato 1 maggio 2010

Italia vs Francia

Se tra la cinematografia italiana e quella francese ci sono molti punti in comune, è anche vero che appaiono pure delle lampanti differenze. Soprattutto per quello che riguarda il ruolo svolto dal tempo che passa.


È fondamentale considerare che la Francia ha sempre avuto più a cuore la cultura. In tutte le sue forme. E la settima arte, come dice il nome stesso è una forma artistica, quindi culturale. Sarà per questo che Parigi è sempre stata vista come capitale delle arti e del libero pensiero, dall’Illuminismo in poi. In epoca di anniversari e ricorrenze tutto ciò diventa ancor più seccante. L’Italia vanta il più alto numero di meraviglie artistiche e musei, ma viene criticata per non saperle sfruttare al meglio. Varrà lo stesso discorso per il cinema? Decisamente sì.
Di certo l’Italia non ha molte cure ( e soldi ) per la cultura.

Il 20 gennaio Fellini avrebbe compiuto 90 anni: per ricordarlo Sky ha trasmesso tre dei suoi film: tra cui Satyricon e Casanova, che non sono neppure i migliori e non i più indicati per avvicinarsi al suo mondo.
Soltanto Sky, tv a pagamento. Nessuna Tv di Stato lo ha ricordato, lui che dipinse quella Dolce Vita diventata proverbiale in ogni lingua del mondo e che incarnò una delle personalità più influenti e controverse del secolo. Qualche mostra però ci sarà, nella sua Rimini innanzitutto. E a Bologna. Peccato che i francesi ci abbiano anticipato dedicandogli una retrospettiva l’anno scorso. A febbraio è stato invece il 50°esimo anniversario della sua Dolce Vita e se ne è parlato nei Tg e nei giornali, peccato che nessuno abbia avuto la brillante idea di mandare in onda in prima serata quest’opera di cui tutti parlano. Poi è uscito Nine e tutti hanno parlato di 8 1/2.

Ma dove sono De Sica, Rossellini, Visconti, Antonioni, Bertolucci, Bellocchio? Notare che gli ultimi due sono ancora in vita e trovano ancora difficoltà a finanziare le loro opere. Senza parlare poi di quegli autori riscoperti solo dopo la morte e non ancora giustamente riabilitati, come Germi, Bolognini e soprattutto Pietrangeli. In mezzo ci sono Scola e Lattuada.

Lo stesso vale per gli interpreti che resero celebre il nostro cinema e che incisero i loro volti, gesti e parole nelle menti di milioni di spettatori in tutto il mondo.

La Francia invece rispetta i propri miti: il prestigio e la popolarità di Truffaut rimangono alte e lo stesso vale per gli attori.

mercoledì 28 aprile 2010

Francesi & italiani al cinema

Il mio amore per il cinema francese e quello italiano è cosa piuttosto nuova.


Un amore che dura circa da cinque anni ma che si sta rivelando sempre più dirompente.
E siccome sono uno a cui piace analizzare, scomporre, paragonare, non sono rimasto indifferente al fatto che in fondo queste due cinematografia siano così simili. Ma anche così diverse.
Mi spiego meglio.
Entrambe e negli stessi periodi, hanno dato i natali ad alcuni tra i registi più influenti e prolifici della storia del cinema: da noi Fellini, Rossellini e De Sica, oltralpe Godard e Truffaut. Fellini e Truffaut sicuramente restano quelli che continuano a godere di maggior fama.
Ancora oggi i termini Nouvelle Vague e Neorealismo ricorrono di frequente nelle riviste di cinema e non solo, mentre il cinema italiano degli anni ’60 viene ancora considerato unico e irraggiungibile. Lo stesso capita un po’ con gli attori che si seppero imporre in questo periodo.
Queste due cinematografie, fortunate prima del conflitto, seppero in brevissimo tempo risorgere dalle macerie della guerra, proseguendo senza interruzioni lo sviluppo di una cinematografia in costante crescita artistica e commerciale, diversamente da altre cinematografie europee (quella tedesca e russa) che dovettero aspettare qualche decennio prima di ritrovare prestigio.

Simile è stata anche la fine di queste cinematografie: negli anni ’70 il cinema francese ed italiano ha iniziato la sua crisi inarrestabile e progressiva. Per bilanciamento, si sono affermati altri Paesi, tra cui la Germania del nuovo cinema tedesco (Wenders, Fassbinder) e l’Inghilterra (Schlesinger, Anderson, Monthy Python).

E le differenze? Nel prossimo post.

lunedì 26 aprile 2010

Censura!

Il cinema ha sempre risentito di influenze politiche e religiose, soprattutto in Italia.

Il legame tra potere ed espressioni artistiche si fece evidente a partire dagli anni del fascismo, quando Mussolini considerava il cinema un mezzo di propaganda e Pio XI auspicava a un cinema portatore di messaggi cristiani.
Nel dopoguerra la situazione divenne, paradossalmente peggiore.

Negli uffici ministeriali sembra manifestarsi una tendenza, una ripresa della consuetudine fascista di controllare la produzione dei film…Si tratta di una vera e propria censura di carattere ideologico e politico, il cui stile filisteo noi tutti riconosciamo e ricordiamo molto bene.”

                                                  Antonioni, De Sica, Fellini, Lattuada, Germi, Blasetti, Soldati e Visconti.

In quegli anni i registi e gli sceneggiatori facevano del loro meglio per difendere la loro libertà d’espressione e il governo, influenzato dal clero, si impegnarono tenacemente in quella che lo stesso Andreotti definì “vera e propria crociata dei tempi moderni in cui tutti dobbiamo sentirci mobilitati”.

I film neorealisti, che mostrano la disperazione delle classi meno abbienti, l’impotenza e spesso l’indifferenza e i soprusi del potere non possono essere accettati perché l’intento comune delle istituzioni è quello di nascondere la drammatica realtà della situazione italiana: non si può denunciare la povertà in cui versa il paese, anzi, si arriva a negarla sfacciatamente.

“Abbondanza di denaro in circolazione, smania di svago, cupidigia d’incassi” questi sono i tre fattori che hanno portato a questo nuovo cinema provocatore secondo L’osservatore romano, negando il fatto che la maggior parte della popolazione non aveva proprio più denaro e non aveva alcuno svago.

Tutto questo per evitare che i cittadini fossero in grado di farsi una coscienza critica del presente e dell’immediato passato.
Sconcertante anche il seguente articolo, pubblicato sempre dalla medesima rivista:
Si è fatta strada nelle menti malate di alcuni pazzoidi del cinema che l’ultima meta possibile (…) sia il più crudo verismo e che verismo significhi gettare in volto ai propri simili le più laide brutture, purtroppo evidenti nella vita…Si sbaglia(…) perché le loro nefandezze mancano proprio di verità e di spontaneità e appaiono alla lunga per quello che sono: semplici acrobazie cerebrali”..


Dunque invenzioni. La povertà, le repressioni, il fascimo e la resistenza non sono che acrobazie cerebrali per il Governo e per la Chiesa.


Il ruolo della Chiesa fu nefasto per il cinema italiano almeno per tre fattori: favorì il cinema americano, favorì il cinema violento e fece di tutto per limitare la libertà artistica.

Fu Pio XII (papa dal ’39 al ’58) infatti a segnare il vero punto a favore nei confronti del cinema statunitense: è lui a incontrare i produttori americani e poco tempo dopo, guardacaso, viene approvato il decreto che non pone limiti all’importazione di film: provvedimento impensabile in qualsiasi altro paese europeo. Tuttavia sono gli stessi Stati Uniti a rendersi conto che questa importazione senza limiti è in conflitto con il piano della ripresa economica dell’Italia. Ma alla Chiesa la morale e l’amnesia storica interessavano molto di più che la ripresa economia del paese. Nei film hollywoodiani non si parlava di guerra e annessi (fascismo e resistenza), di politica, di comunismo o di problemi sociali, ma solo di storie d’amore in cadenza di drammi, commedie e musical. Oppure c’erano i western e film di paura.
E qui sorge un altro punto che non sono mai riuscito a capire, visto che ho letto le Sacre Scritture: l’indifferenza per la violenza e l’assoluta condanna dell’amore. Alcuni esempi? Uccisioni, massacri, violenze assortite sì, ma guai a mostrare scollature, gambe scoperte, baci troppo lunghi e ragazze di colore!
La situazione attuale è dunque una conseguenza di questo clima. Oramai non ci sono più limiti nella rappresentazione della violenza e della sofferenza umana e diciamo che la morale si è allentata. Questo è valido però solo per un certo tipo di erotismo, quello che riguarda i soggetti femminili. Siamo abituati a vedere donne, sdoganate come puro oggetto commerciale, nude o quasi in ogni possibile posizione e fascia oraria ma è ancora tabù vedere in seconda serata due uomini che si baciano sulla bocca.

Questa sproposita influenza clericale fu possibile perché la Chiesa è tra le istituzioni, quella che risentì meno della guerra. Le sale cinematografiche parrocchiali furono le uniche capaci di garantire la continuazione del servizio cinematografico.

Subentrò poi un altro territorio in cui potersi insediare: la tv. Terreno vergine di cui la Chiesa aveva pieno controllo: la tv sarebbe stata per la famiglia, a differenza del cinema che rappresentava un pericolo per i giovani.

Ora alcune tappe di questo processo invasivo del Governo e della Chiesa nel cinema (anche se ovviamente è estendibile a qualsiasi forma artistica):

1952, Febbraio: Andreotti scrive una lettera aperta a De Sica su Libertas: “Se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di De Sica è l’Italia del ventesimo secolo, De Sica avrà reso un pessimo servigio alla sua patria.”

1952, Andreotti sul settimanale Oggi afferma “Macchè film realisti, facciamo film sulle virtù teologali e cardinali”.


1954, febbraio: Totò e Carolina di Monicelli viene presentato alla censura e bocciato perché considerato inaccettabile in 35 punti. Troppo anticlericale e sovversivo nei confronti del governo, immorale, irrispettoso delle forze armate.
Dopo altre due bocciature, fu ammesso alla programmazione in dicembre con tantissimi tagli e alcuni rifacimenti espressamente indicati (Bandiera rossa cantata un gruppo di operai viene sostituita con Di qua e di là dal Piave, un uomo che grida “Abbasso i padroni”, viene doppiato con “Viva l’amore”…). Perfino Il Ministro degli Interni si dichiarò profondamente turbato da questo film che uscì nel marzo 1955, ma col divieto di esportazione all'estero che fu tolto nel 1958, al sesto esame di censura. E stiamo parlando di una commedia con Totò!


Per maggiori informazioni sul film (davvero molto interessanti, consiglio una sbirciatina a questo blog: totò e carolina su pippamentis


1958, settembre: Rossellini, dopo aver vinto il Festival di Venezia con Il generale della Rovere, approfitta del prestigio riconquistato per esprimersi a nome di tutti i registi italiani in una lettera al neoministro dello spettacolo Tupini: “La direzione generale dello spettacolo si è preoccupata di rispettare le leggi vigenti, oppure si è servita di queste per svolgere un’attività paternalistica e discriminatoria, che ha turbatole iniziative più meritevoli nel campo del cinema e ha provocato una generale sfiducia sia verso le disposizioni che regolano le vita democratica del paese, sia verso coloro che avrebbero dovuto farle rispettare.."

1960, febbraio: sulle pagine di Settimana del clero si invitano i fedeli a far celebrare messe di espiazione e riparazione per tutti coloro che si sono recati a vedere la dolce vita. Si prega inoltre per l’anima del peccatore Fellini.

  Per fortuna, oggi, possiamo ringraziare De Sica e Rossellini e tutti coloro che con i loro film hanno reso  un grande servizio alla patria, ma ancora di più alla storia, nonostane all'epoca venisse detto loro il contrario. La visione dei loro film dovrebbe essere obbligatoria in tutte le scuole, per ricordare all’attuale generazione, abituata ad aver tutto e subito o insofferente alla politica o addirittura dalla parte dei guerrafondai, che dopo l’ultima guerra, i bambini arrivavano ad impegnare le proprie lenzuola per campare.


 Informazioni tratte da Gian Piero Brunetta, (che di sicuro non è parente del miniministro), Storia del cinema italiano dal   neorealismo al miracolo economico 1945-1959, editori riuniti,