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Attore che lavora a Hollywood come cameriere sognando di fare l’attore (e per il momento si accontenta di comparsate Tv) torna a casa per la morte della madre, che non vedeva da 9 anni. Dopo tanti anni ritrova la sua città, i suoi amici e il padre freddo. Per fortuna che conosce una ragazza un po’ stramba che soffre di epilessia e attacchi di bugie impulsive! Ma è anche sincera e carina (è Natalie Portman) e naturalmente contribuirà al cambiamento del protagonista, vittima di un padre che vuole proteggerlo anestetizzandolo a suon di psicofarmaci che gli impediscono di vivere davvero.
Sia dalle parti della tipica commedia indie americana, con un tocco di humour yiddish.
Con questo film capiamo che nel JD di Scrubs c’è molto Zach Braff visto che anche in questo film il personaggio è simile e in ogni caso tanto di cappello al ragazzo, visto che l’ha scritto, diretto e interpretato. La sceneggiatura risale al 1996, quando Zach faceva il college e si era infatuato di Natalie Portman (come dargli torto?) in Beautiful Girls di Demme, ragione per la quale la chiamò a interpretare questo ruolo. Nel cast anche Peter Sarsgaard e Ian Holm, bravissimi entrambi.
Anche dalla visione di questo film sono passati parecchi anni, e se trovassi un po’ di tempo me lo riguarderei molto volentieri perché ne conservo un ottimo ricordo.
Innanzitutto ci sono due protagonisti che adoro: Zach Braff, il JD di Scrubs, una delle mie serie Tv preferite, e Natalie Portman, una delle mie attrici preferite (l’ho già detto?). Una musica magnifica (The Shins in testa), che si aggiudicò un Grammy.
Il film costò appena 2,5 dollari, intascandone ben 30 negli USA, dove uscì come film d’essai. Al successo al box office si aggiunse quello di critica.
Ogni film di Natalie ha una colonna sonora stupenda che mi viene subito voglia di ascoltare e riascoltare (è soprattutto il caso di Closer,Garden State, Black Swan, mentre Brothers contiene quella fantastica Winter che avevo già apprezzato nella versione originale di No line on the horizon).
Detto questo, guardatevi le due scene seguenti:
Per me Closer è come uno dei misteri di Fatima: non capirò mai perché non piacque.
Per me fu una vera e propria folgorazione questo film, di cui una conturbante Natalie Portman è sicuramente l’elemento più abbagliante, a cui è dedicato il titolo del post, nonché protagonista delle quattro scene di culto del film. 1)La prima, uguale anche all’ultima del film, è quella di Natalie coi capelli corti e macchiati di rosso che cammina tra la folla sulle note della magnifica The Blower’s Daughter di Damien Rice: il suo andamento sicuro e lo sguardo velato di astuzia dicono già moltissimo sul personaggio e anticipano altri momenti del film. Poi, all’improvviso, uno schianto: camminava talmente sicura di sé che si è fatta investire da un’auto. E questo fatto presagisce a un altro elemento chiave della sua personalità: al di là della fierezza e della consapevolezza del suo sex appeal si nasconde una ragazza fragile, pronta ad essere investita improvvisamente dalle sue emozioni più recondite. 2)È il caso della seconda scene culto: quella a un vernissage della fotografa (Julia Roberts), in cui osserva un proprio ritratto in cui compare con una lacrima sul viso e un caschetto bruno.
3)Terza scena culto: quella allo strip-bar, che si conclude con How soon is now degli Smiths. Indossa una parrucca rosa e uno striminzito completino intimo che lascia ben poco spazio all’immaginazione. Il suo linguaggio e i suoi modi sono sboccati, il suo fisico mai così provocante, sexy e stellare. Sono almeno una ventina gli snapshots che metterei, ma ho dovuto scegliere solo quelli più "rappresentativi".
4) Quarta scena culto: il finale, uguale all’incipit, cambiano solo look: capello finalmente lungo e castano e canottiera attilata. Una visione da sturbo.
Detto questo parliamo seriamente del film, perfetto esempio di opera con 4 protagonisti assoluti.
Opera da camera, non solo in quanto film sul sesso, ma anche perché di fortissima impronta teatrale (tratto del resto da una pièce di Patrick Marber, che l’ha adattata per il grande schermo), il che può piacere o meno: personalmente adoro i film di questo tipo.
La trama è un po’ intricata e ricca di colpi di scena, quindi mi limiterò a dire che il personaggio di Jude Law se la fa prima con quello di Natalie Portman e poi con quello di Julia Roberts e lo stesso fa quello interpretato da Clive Owen, più o meno.
Si tratta di un film molto provocatorio che ancora oggi non riesco capire perché non sia piaciuto alla stampa italiana e perché sia stato dimenticato così in fretta. Le recensioni americane erano discrete, Natalie vinse il Golden Globe, ma rileggendo i principali dizionari italiani trovo recensioni non troppo gentili..
Secondo Mereghetti il film presenta solo i momenti di crisi, senza mai mostrarci le cause che li hanno provocati: forse era questo l’intento del commediografo e del regista? Non commento nemmeno quella del Morandini che sintetizza la recensione chiedendo(si) “Che dire di un film in cui la scena più divertente, a detta di molti critici, è quella di una scurrile chat erotica?”
Io l'ho trovato un film originale: innanzitutto nel linguaggio, sboccatissimo, tuttora credo uno dei film più spinti che abbia mai sentito eppure elegantissimo e pudicissimo nelle immagini. Questo contrasto lo trovo fantastico e molto interessante. Lo stesso vale per i salti temporali, a una prima visione perfino difficili da capire subito.
C’è da dire che a una seconda visione, quando il linguaggio non è più uno shock e quando abbiamo già metabolizzato i salti temporali il film perde parecchio fascino, ma rimane comunque una solidissima sceneggiatura che ritrae quattro personaggio meravigliosamente (de)scritti e interpretati.
E che dire poi della scelta di far recitare Julia Roberts, la fidanzatina d’America, in un film talmente sconcio? In Erin Brokovich parlava come una scaricatrice di porto, ok, ma non parlava di sesso, tabù dei tabù per gli americani e noi italiani. Una scelta assolutamente geniale e coraggiosa da parte sua. Peccato che fu però il suo primo fiasco (e diciamo che da allora non si riprese più).
E poi è un film di Mike Nichols, il mitico regista di Il Laureato.
In ogni caso, fruttò il Golden Globe a Natalie e questo è un dato di fatto e poi, personalmente, lo ricorderò sempre come il film che mi ha fatto innamorare di Natalie Portman e mi ha fatto scoprire Damien Rice e gli Smiths.
Dopo un album omonimo giudicato all’unanimità un capolavoro, la band di Seattle torna con un album che riesce nell’impresa di ottenere anche un considerevole successo commerciale (sono arrivati nelle prime posizioni delle principali classifiche mondiali, tranne in Italia, dove nelle classifiche dei dischi non c’è mai spazio per la Musica).
Il titolo dice già molto: Helplessness Blues. C’è molta malinconia in questo album folk/light rock, ma non la definirei così disperata: è un rock purissimo, che riporta alla memoria Simon & Garfunkel e che è sì lento, ma non per forza triste e soprattutto oltre i confini del tempo. Potrebbe essere uscito anche 50 anni fa: il rock classico resta classico sempre e questo lo è, dal primo ascolto. Senz’altro emozionante e soprattutto un album bellissimo, da ascoltare e riascoltare. Davvero difficile scegliere un pezzo solo: sono tutti davvero splendidi e dai titoli assai bizzarri.
Non voglio aggiungere altro: ascoltatelo, diffondetelo, compratelo. È un disco che va scoperto.
Sono stati resi noti i titoli italiani che all’unanimità sono stati ammessi ai benefici di legge e sono stati individuati come film d’essai: tra di loro un capolavoro come L'uomo che verrà di Giorgio Diritti, film ignorati dal pubblico come Notizie degli scavi di Emidio Greco, Io sono con te di Guido Chiesa, Malavoglia di Pasquale e, tenetevi stretti, Natale in Sudafrica di Neri Parenti.
Le fiabe dei Grimm e di Perrault originariamente erano ben diverse dalle versioni che noi conosciamo, ma Angela Carter è andata ben oltre e ha tentato un paio di riletture per ognuna di queste fiabe. Una sua versione di Cappuccetto rosso è stata trasposta anche al cinema da quel grande visionario di Neil Jordan, già autore di un classico dell’horror sexy come Intervista col vampiro con la coppia gay dandy Cruise-Pitt e una Kirsten Dunst ancora bambina. Qua di seguito le rivisitazioni decisamente per adulti della favola di Cappuccetto rosso. Cappuccetto rosso sangue sarebbe perfetto come titolo, ma di che sangue si tratta lo lascio scoprire a voi.
La Compagnia di lupi
Durante il solstizio d’inverno, una bambina attraversa il bosco per portare un cestino alla nonna malata. Col suo mantello rosso cammina nel bosco quando la raggiunge un bel ragazzo, anticipato dall’ululato di un lupo. Il ragazzo è sexy e sfrontato e le lancia una sfida: se lui arriva prima dalla nonna, lei dovrà baciarlo.
Lei accetta e una volta davanti alla casa della nonna, si ritrova circondata da un branco di lupi. In casa c’è solo il ragazzo, ora lupo, che le ordina di spogliarsi. La ragazza ubbidisce, per nulla intimidita, grazie al coraggio che le dona la sua virginità, una condizione magica di cui sta per liberarsi come sottolinea il colore rosso del mantello che si sta togliendo.
Ma quando il lupo arriva alla fatidica frase: “Per mangiarti meglio”, la ragazza scoppia a ridere e spoglia il lupo. Getta i vestiti nel camino, condannandolo così a rimanere lupo per sempre.
Scocca la mezzanotte: è Natale e i due festeggiano coccolandosi davanti al camino.
Il lupo mannaro
Qui a essere stravolta è la figura della nonna, in realtà un lupo in grado di trasformarsi in umano. L’arcano viene scoperto dalla nipotina: infatti nel bosco trova un lupo e senza pensarci un attimo gli mozza una gamba (!) e con uguale naturalezza, la infila nel suo sacco..
Arrivata dalla nonna, la trova in preda a febbre altissima. Quando apre il sacco, invece di trovarvi una simpatica zampa mozzata di lupo, vi trova la mano della nonna, con una verruca sull’indice. I vicini allora uccidono a sassate la nonna e la nipotina da quel momento visse felice e contenta nella casa della nonna.
Italia, terra di persone malvagie. Un giocatore d’azzardo russo pieno di debiti vende la bella figlia minorenne a un essere mostruoso che ringhia e ruggisce. Nel suo palazzo il maggiordomo la informa che l’unico desiderio del padrone è vederla nuda per un minuto soltanto, dopodiché le darà la somma che serve al padre per riscattare il debito e colmerà lei di magnifici regali. Lei scoppia a ridere e accetta volentieri, ma a una condizione: potrà vederla nuda solo dalla vita in giù e in una stanza buia. La povera minorenne straniera, non appena è condotta nella stanza designata è assalita da sensi di colpa e tenta il suicidio, ma nello specchio vede l’immagine disperata del padre.
La bestia quindi le dà un po’ di tempo e il giorno seguente è lui che gironzola nudo e viene avvistato dalla ragazza in tutta la sua bestialità. A questa vista la ragazza si spoglia davanti alla bestia e ad alcuni cavalli e si sente libera per la prima volta. Nello specchio poi vede il padre ricco, quindi può raggiungerlo felice.
Ma la ragazza non sa che la bestia le ha chiesto l’abominevole: la nudità è contro natura nell’uomo e quindi la ragazza verrà dannata come umano e verrà salvata solo la sua vera indole: la bestia l’avvicina, la lecca dappertutto lacerandole la pelle con la sua grossa lingua. Sotto anche lei ha uno strato di pelliccia.
E vissero bestiali e contenti.
p.s. ogni riferimento a cosa o persona è completamente casuale.
Questa è la versione di Angela Carter della Bella e la bestia, targata 1979, ma la storia della Bella e la Bestia è molto lunga e ha inizio con Apuleio ma si afferma nella Francia dei lumi
prima con Madame Villeneuve con una versione romanzata di 400 pagina e poi con la riduzione edulcorata del testo ad opera di Mme Leprince de Beaumont nel 1756.
Nel 1945 Jean Cocteau diresse una versione cinematografica di cui era protagonista l’amante Jean Marais, ma è col classico della Walt Disney datato 1991 che tutti abbiamo conosciuto questa storia. Come dimenticarsi del candelabro Lumière, la tazzina Chicco, la sexy spolverina?
Ci sono due modi a Hollywood per raschiare il fondo: sequel e remake. I titoli “forti” in uscita appartengono tutti soprattutto alla prima categoria. Ma c’è un sottogenere di rifacimenti molto in voga ultimamente: quello dei classici per l’infanzia.
Dopo l'Alice nel paese delle meraviglie di Burton, La Bella e la bestia e Cappuccetto rosso ecco arrivare nella prossima stagione addirittura due versioni di Biancaneve e i sette nani, La bella addormentata, e ancora più in là La sirenetta, appena annunciata e perfino il nostro Pinocchio, ma in stop-motion, senza dimenticare Il Gatto con gli stivali come spin-off di Shrek!
Si tratta di storie per tutte le età e tutti i gusti, quindi il loro sfruttamento è praticamente inesauribile. Dopo essere nate come racconti di formazione per adulti (i fratelli Grimm e Perrault) sono state nella loro versione edulcorata narrativa per l’infanzia per generazioni, trasformati in classici dell’animazione dalla Disney e infine il target è diventato quello adolescenziale: è il caso di Beastly, Cappuccetto Rosso Sangue e tutte le nuove uscite.
Cappuccetto rosso sangue è stata annunciato come una rilettura dark e sexy della fiaba di Perrault, Beastly come una rivisitazione per un pubblico teen.
Entrambe sono film adatti a un pubblico esclusivamente adolescenziale e non hanno così sfruttato in alcuno modo, purtroppo, il potenziale dark e sexy delle fiabe originali.
A tal proposito ci vorrebbe una trasposizione dei remake letterari di Angela Carter, grandissima scrittrice britannica scomparsa prematuramente negli anni ’90 che ha dedicato molto tempo alla rilettura dei classici per l’infanzia in chiave horror ed erotica, raggiungendo risultati davvero affascinanti.
Ritornate qui tra un paio d'ore per un assaggio dell'inquietante, ma affascinantissimo racconto La sposa della tigre, pubblicato nel 1979 nella raccolta La camera di sangue e altre storie.
In poche parole: La bella e la bestia in chiave adodemenziale
ora nelle sale
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TRAMA
Il belloccio della scuola (Alex Pettyfer) è vittima di un maleficio ad opera di una sua compagna di scuola (Mary-Kate Olsen), una dark con dei strani segni in faccia (tipo quelli di Lady Gaga sulle sue ultime copertine). Si trasforma così in un essere mostruoso che potrà riscattarsi solo se qualcuno gli dirà ti amo. In queste condizioni si accorge di una sua compagna da sempre ignorata (Vanessa Hudgens) e fa di tutto per corteggiarla..
RECENSIONE
Ispirata al romanzo omonimo di Alex Flinn, vincitore di numerosi premi letterari nel 2007, il film è una rivisitazione in chiave teen della fiaba di Mme Leprince de Beaumont. Verrebbe da aggiungere trash, visto che per tutta la durata la pellicola è pericolosamente in bilico grazie a dialoghi davvero agghiaccianti, situazioni involontariamente comiche a gogò a partire dai look di due personaggi importanti: la strega malefica e soprattutto il protagonista, pelato e con tatuaggi Maori che nulla hanno di bestiale. Per non parlare della scelta della bellissima Vanessa Hudgens come sfigata della scuola destinata a diventare la bella senza nessun cambiamento esteriore!
Eppure nello script c’era qualche ottima osservazione sul presente: una cinica e realistica descrizione dei giovani degli anni ‘2000, isolati dai coetanei e dai genitori. Quando infatti il giovane Kyle si ritrova “bestiale” cancella il proprio profilo sul social network e smette di uscire di casa: non ha infatti nessun vero amico.
Perfino i rapporti coi genitori sono drammatici: la madre l’ha abbandonato senza mai più chiedere sue notizie e al padre non gliene frega davvero niente. Lo stesso vale anche per la povera Bella della situazione: orfana di madre e con un padre inaffidabile, che ha sempre cercato di proteggere dai guai. Due figli particolarmente sfortunati, ai quali gli sceneggiatori non hanno risparmiato nulla insomma, ma in un certo senso riflettono l’immagine di una generazione alle prese con genitori troppo egocnetrici o semplicemente incapaci di ricoprire il ruolo di genitore.E non è un caso se alla fine il giovane Kyle avrà due mentori in due adulti estranei: la domestica (maggiordomo nella fiaba) e l’insegnante non vedente.
Insomma le carte per un prodotto interessante c’erano, anche perché il classico di Mme Leprince de Beaumont può essere riproposto in tutte le salse senza risultare mai banale. Qui purtroppo non è così, ed è perfino più stucchevole, emo e teen della saga di Twilight. E parlare di fotografia, montaggio, ritmo, dialoghi e recitazione è come sparare sulla Croce Rossa. Gradevola compilation piena di hit più o meno indie.