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domenica 10 ottobre 2010

Ritorno a Visconti: Le notti bianche.

LE NOTTI BIANCHE, 1957

Dopo i fasti di Senso, Visconti decise di intraprendere un altro rischio adattando con Suso Cecchi D’Amico un classico della letteratura russa, ovvero Le notti bianche di Dostoevskij.
Tornò al bianco e nero e forse è difficile pensare a una scelta migliore per questo film.
La fotografia di Giuseppe Rotunno è infatti sicuramente il pregio maggiore di un film apprezzabile ma senz’altro minore nell’itinerario dell’autore, nonostante il Leone d’Argento vinto al Festival di Venezia. Snobbato dal pubblico all’uscita e non troppo amato dalla critica successiva, rimane una tappa assai sconosciuta ma preziosa di Visconti.
Forse perché i temi non sono quelli che lo spettatore si può attendere da Visconti: nessuna passione tragica e devastante, nessun delitto, ma una storia d’amore travolgente, che lascia un sapore malinconico e triste.
Al centro del film infatti ci sono una donna e un uomo che si incontrano per caso e si innamorano con la consapevolezza che non si potranno mai amare perché lei è già promessa. E infatti alla fine il fidanzato ritorna e ai due non rimane che separarsi.


Con questo film inizia la collaborazione di Visconti con Mastroianni, alcuni anni prima di venire scoperto da Fellini e Antonioni.
Eppure, nonostante Visconti sia stato il primo a puntare sulle capacità drammatiche di questo grande attore e il primo ad avergli dato uno sguardo smarrito e notturno, non farà mai di lui un interprete viscontiano. Due infatti sono i film da protagonista che gli affidò: entrambi si trasformarono in dimenticate trasposizioni di due classici della letteratura.
Mastroianni è stato l’alter ego di Fellini, l’attore simbolo di De Sica commediante e di Ferreri, è risultato indimenticabile nell’unica collaborazione con Antonioni, ma nessuno se lo ricorda come attore viscontiano, nonostante due ruoli da protagonista.

La donna di cui si innamora il suo personaggio, Natalia, è interpretata da Maria Schell (1925-2005), attrice di lingua tedesca imposta dalla produzione.



Ma Visconti poté scegliere di richiamare a sé la Clara Calamai di Ossessione, qui in una piccola parte di vecchia prostituta.


Ma la maggior soddisfazione per il regista fu quella di poter dirigere Jean Marais (1913-1998), lo storico compagno di Jean Cocteau, nei panni del fidanzato che ritorna.

Il film è tutto girato negli studi di Cinecittà dove è stato ricostruito un intero quartiere di Livorno. Il luogo simbolo è il ponte sul quale gli amanti si conoscono, si parlano, si amano e si lasciano. I costi per il set furono tali che il produttore Cristaldi chiese a Suso Cecchi D’Amico di scrivere immediatamente una commedia commerciale da girare nello stesso set, in modo da recuperare almeno parzialmente le spese.
Il risultato fu I soliti ignoti, la migliore commedia della storia del cinema italiano, nonché grandissimo successo di pubblico.

Il contrario insomma di Le notti bianche, che rimane
un film da recuperare per tutti gli amanti di Dostoevskij, di Visconti, di Mastroianni. E per lasciarsi abbracciare da questo sontuoso bianco e nero.

giovedì 7 ottobre 2010

Brandon Flowers Live in Italia

Il fantastico Brandon Flowers è approdato sulla nostra penisola per regalarci a Milano e Roma uno show impeccabile. Forse regalare non è il termine più esatto, vista l'esigua durata di uno spettacolo che evita accuratamente il repertorio killersiano salvo Losing touch e una meravigliosa versione acustica di quella che secondo me è una delle più belle canzoni dei Killers, When You Were Young.
Per il resto solo materiale del nuovo album, comprese bonus tracks trascurabili e clamorosamente esclusa la migliore, Welcome To the Fabulous Las Vegas, tra l'altro di grande pathos e impianto operistico.
Il tema della giovinezza è al centro anche del nuovo singolo di Brandon, Only the Young, di cui vi posto il ritornello del live da me registrato.

 Qui invece il video ufficiale, appena uscito, decisamente meglio di Crossfire.

martedì 5 ottobre 2010

Recensione Hands all over- nuovo disco dei Maroon 5

I Maroon 5 a proposito del loro nuovo album hanno affermato che dopo il flop del precedente lavoro hanno preferito tornare alle origini e allo stesso tempo inserire più country e rock nella loro musica. Innanzitutto io mi ricordo che If i never see you face again e I won’t go home without you furono dei grandissimi successi e poi sentire una giovane band che dopo due album parla di “tornare alle origini” mi sembra un non-sense. Terza e ultima obiezione: il nuovo album ha ben poco di country e di rock, come il singolo di lancio, Misery ha fatto intuire. Diciamo che è un pop classico, molto American, quindi tutto chitarre e batteria.

Ma come il loro precedente labum, tantissimi sono gli ammiccamenti ai ruggenti anni ’80 e qui Sting è sostituito da Prince come punto di riferimento: basta sentire la seconda traccia, nonché secondo singolo Give a little more (qui il nuovo video, deludente). Pezzo tra l’altro non irresistibile come invece lo è il successivo Stuttur.
Don’t know Nothing è un giocoso pezzo pop che ammicca a Dude (looks like a lady) degli Aerosmith. Con Never Gonna leave this bed si entra nel reparto ballad, con I can’t lie si sorseggia un po’ di soul e con How si ascolta un’ ottima ballata rock. Ma è grazie a Just a Feeling, altro lento, che si raggiunge l’apice con un perfetto pezzo di rock leggero. Notevole pure il successivo Out of Goodbyes, cantata con Lady Antebellum e venata, questa sì, di atmosfere country. Si cambia poi improvvisamente tono per passare ad un altro pezzo smaccatamente ‘80’s e spudoratamente orecchiabile: Get back in my life. La lezione di Prince si sente anche nel successivo Runaway, che chiude in bellezza l’album.

Come definire dunque questo disco, se non affermando che è la conferma di una voce notevole, quella di Adam Levine, e di un gruppo che continua la sua scalata al successo con un album che non si preoccupa molto di progredire verso sonorità più mature o sperimentali, proponendo un mix irresistibilmente easy sexy trendy funky pop rock da fischiettare senza tregua..

giovedì 30 settembre 2010

W Las Vegas! il ritorno di Brandon

Sono passate diverse settimane dall'uscita di FLAMINGO, nuovo album di Brandon Flowers e posso dire di averlo metabolizzato completamente.. Non che ci sia voluto molto, ma sicuramente necessita di più ascolti.

Molto meno orecchiabile e immediato di Day and Age,  il precedente lavoro con la sua band, l'esordio da solista di Flowers rimanda più a Sam's Town, rimanendo fedele al 100% al sound dei The Killers, che hanno preferito non partecipare alla registrazione e alla promozione di questo lavoro per prendersi un anno di riposo dopo il lungo tour del 2009. L'instancabile Brandon invece è tornato subito in studio a collaborare con Stuart Price, già co-autore di Human e di Confessions on a dancefloor di Madonna. Le novità sono invece Daniel Lanois e Brendan O’Brien, storici produttori del meglio del meglio (da Dylan a Springsteen) che però nulla aggiungono al sound a cui Brandon ci aveva abituati.
Ecco così un album ultra omogeneo di 10 tracce godibilissime, tutte di pari qualità, in cui è davvero impossibile scartarne o eleggerne una. Il mio particolare favore va a Swallow it, ma va segnalata anche la maestosa e teatrale apertura di Welcome to the Fabulous Las Vegas e il dolcissimo e malinconico duetto con Jennifer Lewis, Hard Enough.
Nessun passo in avanti insomma, ma una gradita conferma.
Se vogliamo trovare il pelo nell'uvo si potrebbe obiettare l'artwork del disco: ancora deserto, ancora Las Vegas e Nevada. Per il resto, grazie Brandon.


domenica 26 settembre 2010

La diva Julia

MANGIA, PREGA, AMA (Eat, Pray, Love)
VOTO: 5

Da venti anni a questa parte ogni film con Julia Roberts diventa sempre un film di Julia Roberts. Poco importa il nome del regista o la storia: lei sorrideva e tutte le donne del mondo erano con lei.
È ancora così?

In parte sì: quando la Diva Julia sorride si dimenticano tutte le amenità a cui stiamo assistendo, ovvero un susseguirsi di filosofia spiccia da due soldi, banalità e stereotipi serviti con impressionante opulenza nei 140 minuti di questa pellicola. Siamo ritornati insomma di fronte alla classica commedia sentimentale alla Julia Roberts, non quella di Pretty Woman, ma a ciò che ne seguì.

TRAMA
40enne e ancora pretty woman, all'improvviso diventa una runaway bride, ma grazie al suo Monalisa smile tutti le dicono i love you. Eppure Liz è incapace di fare la propria scelta d'amore.
I motivi di tutto ciò non sono ben chiari.
Eppure la diva Julia  riesce a rendere positivo perfino un personaggio scialbo, antipatico e francamente stupido. Non me ne voglia Elizabeth Gilbert, autrice dell'omonimo romanzo autobiografico da cui il film è tratto, ma come descrivere altrimenti una donna che prima lascia il marito perché uno sciamano le ha predetto che uno dei suoi matrimoni sarà corto, poi si trasferisce subito da un nuovo fidanzato, quindi lo lascia per visitare l'Italia perché le piace troppo il suono delle parole Linguine Michelangelo Limoncello? E non aggiungo altro sul lungo capitolo dedicato all'Italia.

Julia Roberts riesce a rendere adorabile anche questa viziata ed immatura donna d'affari la cui crisi interiore alla fine non sembra che una capricciosa fuga di comodo.
Tuttavia la nostra eroina non esce del tutto indenne da una sceneggiatura imbarazzante che la obbliga a pronunciare battute terribili. Tralasciando le banalità turistiche dei tre luoghi che visita (l'Italia solo per mangiare, l'India per pregare e Bali per “amare”) il film annovera un catalogo dei peggiori errori delle commedie all'americana, stucchevole fotografia patinata compresa. Le belle musiche di Eddie Vedder e Neil Young non c'entrano e non aggiungono nulla. E pensare che alla regia c'è uno, Ryan Murphy, che finora si è fatto notare per serie Tv che hanno brillato per originalità e audacia (Nip/Tuck, Glee). Poco importa se pure qui è aiutato dalla fida collaboratrice Jennifer Salt, già cosceneggiatrice delle serie Tv citate. Il problema è il libro e/o il modo in cui viene trattato.

Dal modo in cui il film è stato accolto dalla critica e dal pubblico pare che alla fine il sorriso di Julia Roberts non convince più così tanto: negli Usa, dove l'accoppiata bestseller e attrice vivente più amata doveva essere garanzia di grande successo, il film non ha superato gli 80 milioni di incassi. E in Italia, dove la formula “diva vivente più amata in visita nel nostro paese” poteva fare faville, il film si è fatto superare addirittura da Mordimi, registrando risultati imbarazzanti se paragonati ai fasti di tanti suoi vecchi successi.

Insomma, quando il botteghino ti volta le spalle, è segno di voltargliele a sua volta. Anche per Julia è arrivato il tempo di non pensare più al box office, ma di arrischiarsi in prodotti più audaci, come Erin Brokovich o Closer, che finora sono gli unici suoi titoli che si potranno ricordare non per il successo al botteghino. A dire il vero ci aveva già provato l'anno scorso col non del tutto riuscito thriller Duplicity, anch'esso infarcito con tappa romana, ma il fiasco è stato catastrofico. Nessuno l'ha voluto sottilinerare, perchè tutti hanno ancora bisogno di avere la diva più amata al mondo.
 

mercoledì 22 settembre 2010

Caterina Boratto

Una settimana di addii. La più recente, Sandra Mondaini. La settimana scorsa  Chabrol.  Alla scomparsa di quest'ultimo non è stato dato lo spazio dovuto a mio avviso. Ogni giornale e sito gli ha dedicato un articolo approfondito, certo, ma forse è comunque un po' poco per uno dei fondatori della Nouvelle Vague e uno dei più prolifici autori del cinema francese, nonché tra i pochi ad avere una distribuzione internazionale.
Ma il trattamento che ha ricevuto Caterina Boratto è ancora più riprovevole: solo piccoli trafiletti sui quotidiani hanno ricordato questa attrice che ha presenziato nel cinema italiano per oltre mezzo secolo. La maggior parte degli articoli ANSA la definivano semplicemente diva dei telefoni bianchi, omettendo per esempio il piccolo particolare che recitò in alcuni dei film più importanti del nostro illustro e sempre più lontano passato: e le  le 120 giornate di Salò.
Solo il sito de La Repubblica le ha dedicato un bell'articolo. Addirittura nessun post sui siti di cinema.

Cerco dunque di recuperare.
Caterina Boratto, scomparsa martedì scorso alla veneranda età di 95 anni, non era certo un nome molto noto ai più. Eppure tra gli anni '30 e '40 era tra le dive più celebri. Negli anni '60 e '70 si è poi trasformata in attrice di film d'autore per poi diventare, nei decenni successivi, attrice teatrale e televisiva.
Una carriera importante che vale la pena riguardare.


La sua è una storia di altri tempi, di un'epoca già finita da un pezzo. L'epoca delle due guerre, della Resistenza, degli anni d'oro del cinema italiano.
Nata nel 1915 a Torino, in piena Prima guerra mondiale, dopo aver studiato al liceo musicale interpretò, fra gli altri, un ruolo importante nel film musicale Vivere! che le diede una visibilità internazionale, tanto da ottenere a Hollywood un contratto settenale con la Metro Goldwyn Mayer. Scoppiata le seconda guerra mondiale, fu costretta a rientrare in Italia, senza aver girato nulla, dicendo così per sempre addio al suo sogno americano. Eppure la sua breve toccata e fuga americana bastò per lasciare un ricordo al grande Francis Scott Fitzgerald, che la definì il "battello dei sogni".

Gli anni della guerra furono profondamente drammatici: si innamorò di un eroe di guerra che morì in un incidente aereo e il fratello partigiano venne ucciso nell'eccidio di Cefalonia. Caterina abbandonò quindi le scene per ritirarsi in una clinica di lusso a Torino, dove conobbe Armando Ceratto, direttore della clinica e suo futuro marito. Quest'ultimo aprì la clinica ai partigiani feriti, mandando così al tracollo le finanze familiari.

In più il cinema sembrava essersi dimenticato di lei, finchè non la chiama nientemeno che Federico Fellini per il suo film più apprezzato, 8 ½. L'esperienza è talmente positiva che la richiama anche due anni dopo per Giulietta degli Spiriti. Nello stesso anno recita in Io, io, io... e gli altri di Alessandro Blasetti. Superati i 50, Caterina si trasforma dunque in una signora del cinema d'autore, recitando anche in film stranieri, come Ardenne '44: un inferno di Sydney Pollack.

Infine, nel 1975 è Pasolini a richiamarla sul set per uno dei film più controversi della storia del cinema: Salò o le 120 giornate di Sodoma. Superata la boa dei 70 anni, l'attrice si è dedicata anche all'operetta, al teatro impegnato e alla fiction, che le ha affidato particine fino ai primi anni '90.

Nel 2000 la figlia Marina Ceratto ha un pubblicato il libro Il battello dei sogni : tutto il racconto della vita di Caterina Boratto la grande attrice riscoperta da Federico Fellini.

sabato 18 settembre 2010

Lost in Coppola

In seguito alla visione di Somewhere non sono riuscito a trattenermi dal rivedermi subito Il Giardino delle vergini suicide e Marie-Antoinette. Somewhere riuscirà mai a piacermi come questi titoli? Ne dubito, ma tanto di coppola (ok battuta terribile) per questa regista. Così come mi sono innamorato di nuovo di quella sognante e indimenticabile Playground Love degli Air che conduceva le cinque bellissime e biondissime vergini all'altare della morte, ho divorato con gli occhi quei coloratissimi dolci al cospetto della regina più glamour di Francia e ho sognato di vivere anch'io un'adolescenza annoiata alla corte più bella del mondo.
Con Somewhere mi sono ricordato anche dell'esistenza dei Phoenix, che una decina d'anni fa amai assai grazie ad Everything e quella Run run run che non ha mai smesso di ronzarmi in testa. Ho scoperto poi che i Phoenix hanno pubblicato a gennaio un album premiato col Grammy nella categoria best alternative. Adesso io non credo che alternative sia il termine adatto, anche perché ultimamente è un vocabolo assai abusato. É un album gradevole, dal titolo presuntuoso (Wolfgang Amadeus) composto da 9 brevissime canzoni, eccezione fatta per quella Love Like Sunset che apre e chiude l'ultimo film della Coppola. Un pezzo bellissimo che non ha però niente a che fare con il resto dell'album, dato che in nessuna traccia c'è il tempo necessario per creare un'atmosfera. Ed è un peccato. Come quando nel brano di chiusura, Armistice, irrompe per 10 secondi un estasiante clavicembalo. Ma dico, 10 secondi?

Per i più gossipari posso aggiungere che Thomas Mars, leader di questa band originaria di Versailles (sarà un caso?) è il compagno di Sofia Coppola, nonché padre delle sue due figlie. Con la sua band è comparso fugacemente ed imparruccato in Marie Antoinette.  Praticamente ha recitato dietro a casa sua. Nascere nei dintorni di Versailles.
A qualcuno gli tocca. Cosa sarebbe capitato a me se vi fossi nato? Probabilmente nelle giornate di sole sarei andato a studiare al parco e con parco avrei inteso quello di Versailles. Nel tempo libero sarei andato a correre o ad abbronzarmi al parco e con parco avrei sempre inteso il medesimo posto. É tutta questione di dove nasciamo. Sofia è nata con un padre che si chiama Francis Ford Coppola e oltre alla ricchezza ha avuto anche il culo di aver uno sfacciato talento. Con il fratello e il padre alla produzione e il marito alle musiche, si può dire che i suoi film siano quasi fatti in famiglia. Una famiglia molto agiata che ha condizionato profondamente i suoi personaggi : cinque ragazzine depresse perché rinchiuse nella loro prigione dorata in un quartiere bene del Michigan, una giovanissima sposa triste perché il marito fotografo l'ha lasciata sola in un hotel a 5 stelle, un'adolescente viziosa e capricciosa costretta a fare la regina e a vivere a Versailles. Un divo insofferente al fatto che tutte le donne lo vogliano, la figlia lo adori, il pubblico lo acclami in ogni parte del mondo. Già, l'infelicità si nasconde anche dove meno te lo aspetti. E nonostante in molti dicano che Sofia Coppola sia troppo snob perché parla di realtà elitarie penso che sia invece assolutamente democratica perché vuole comunicare che il mal di vivere non conosce confini economici, sociali o geografici, ma è qualcosa di universale.
In effetti riguardando questi film mi sono ricordato pure di Kirsten Dunst: che fine ha fatto? Praticamente dopo Marie-Antoinette il nulla. Bambina prodigio del cinema, ha smesso di recitare a 25 anni.
Sicuramente non avrà avuto un'adolescenza molto diversa da quelle descritte dalla Coppola.
 
Kirsten Dunst aspirante vergine suicida e annoiata Marie-Antoinette

venerdì 17 settembre 2010

Anch'io metto il becco

Non contento che quest'anno sia stata creata una sezione apposita (la Situazione comica) per permettere a Boldi & De Sica di calcare il red carpet del Festival, il Ministro Bondi ha affermato che «d’ora in avanti intende mettere becco anche in queste scelte, a nome del popolo che il governo rappresenta» perchè non è rimasto contento del presidente della giuria di quest'edizione, in quanto «è espressione di una cultura elitaria, relativista e snobistica, che non tiene in alcun conto i sentimenti e i gusti del popolo e della tradizione, considerati rozzi e superati». Considerando che, piaccia o non, Tarantino è l'unico regista vivente (tallonato da Burton) capace di unire qualità e popolarità, il ministro dovrebbe sentirsi onorato, orgoglioso e grato che un personaggio di tale calibro abbia accettato di venire nel nostro bistrattato Paese. Se poi con gusti e tradizione del popolo s'intendono i cinepanettoni allora posso già azzardare la giuria dell'anno prossimo, suggerita dal Ministro nonché poeta: Presidente Neri Parenti, giurati i registi-sceneggiatori Carlo ed Enrico Vanzina, gli attori Fichi d'India, le attrici Barbara d'Urso e Alessia Marcuzzi.