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giovedì 16 ottobre 2014

The Giver: un'altra saga teen fantasy



THE GIVER - 
IL MONDO DI JONAS
di Philipp Noyce
USA, 2014
con  Brenton Thwaits, Jeff Bridges, Meryl Streep, Katie Holmes, Alexander Skarsgaard
Genere: Fantasy
Se ti piace guarda anche: Hunger Games, Hunger Games: la ragazza di fuoco, Upside Down, Divergent, Maze Runner - Il labirinto





TRAMA
In un futuro in cui l’uomo ha scelto l’uniformità e affidato tutto a un consiglio di pochi che sceglie il destino (dalla famiglia di affidamento al lavoro) di tutta la popolazione il giovane Jonas è incaricato di raccogliere i segreti della storia dell’umanità…
COMMENTO
Per una volta sembra non essere in futuro distopico alla Hunger Games (visto anche in Divergent): tutto fila liscio, nessuno si pone problemi perché nessuno sa che dalle loro vite è stato tolto (letteralmente) ogni colore. Il film inizia dunque in bianco e nero, per colorarsi man mano che a Jonas si aprono gli occhi (un po’ come accadeva in Pleasentville) e scopre quali meraviglie e quali orrori è in grado di compiere l’uomo. In realtà anche questo film si inserisce benissimo nel filone di film distopici dedicati a un pubblico adolescenziale e tratti da trilogie inaugurati da Hunger Games, eppure c’è da segnalare che la fonte letteraria in questione, una tetralogia in questo caso, risale a una ventina di anni fa: usciva infatti nel 1993 il primo dei libri scritto da Lois Lowry. Progetto caldeggiato da Jeff Bridges da una quindicina d’anni, è solo grazie al recente successo di Hunger Games che Hollywood ha pensato di portare in sala quest’ennesimo elogio delle diversità, della tolleranza e dell’amore fraterno. Nulla di nuovo, eppure sempre così necessario se guardiamo cosa sta succedendo nel mondo intorno a noi. Il regista Philipp Noyce, che dall’esordio nel lontano 1989 con Ore 10 calma piatta non aveva diretto nessun film particolarmente degno di nota, riesce a costruire un film adatto a tutti che ha anche il merito di sapere emozionare (con qualche leziosità). L’esiguo esito al botteghino per il momento non ne garantisce il sequel: staremo a vedere.
VOTO: 6,5

martedì 21 febbraio 2012

OSCAR'S WEEK: The Iron Lady

 THE IRON LADY

Di Phyllida Lloyd, Uk, 2011

Con Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman

Se ti piace guarda anche: Iron Man, Hunger, Grazie Signora Thatcher, Evita

 

 CANDIDATO A 2 PREMI OSCAR

tra cui MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

 

 

L’ex Primo ministro britannico Margareth Thatcher (Meryl Streep, candidata all’Oscar), ora anziana e malata (nomination agli Oscar per l’ottimo trucco), ripensa alla sua vita, spesso rivolgendosi al suo defunto marito.

Phillyda Lloyd torna a dirigere Meryl Streep dopo l’enorme successo del suo film d’esordio Mamma mia! per raccontare con un’ambizione che rasenta la sfrontatezza la storia di una delle donne più controverse della nostra storia, l’unica donna ad aver guidato un governo in Gran Bretagna.

Un film di donne, fortemente femminista, ma non solo per donne, perché l’operato della Thatcher merita sicuramente una riflessione attenta che il film non fornisce.

La Thatcher fu infatti un personaggio chiave della storia recente e le condizioni di crisi in cui versava il suo Paese tra gli anni ’70 e ’80 ricordano moltissime l’Europa attuale.

Forse il tempo passato è troppo poco per un’analisi storica adeguata, forse la regista non voleva giudicare, ma sicuramente gli autori compiono una mossa discutibile nel rappresentare l’anziana Thatcher alle prese con la demenza senile che rende fragile questa donna un tempo così potente, passata alla storia col nome di lady di ferro.

Indubbiamente la Thatcher ha un lato umano e privato che noi non possiamo conoscere, ma rappresentarlo in un film crea l'effetto di apologia di un personaggio che è passato alla storia soprattutto come negativo.

Forse non si è voluto/potuto/riuscito cogliere il grande ascendente del personaggio e soprattutto capire perché questo politico tanto contestato sia stato eletto Primo Ministro per ben tre volte (nel ’79, nel ’83 e nel ’87). Le tappe principali della sua carriera ci sono tutte, ma scorrono velocemente, senza dare allo spettatore la possibilità di comprendere.

Insomma a prevalere è la descrizione umana su quella politica il che rende il film meno rilevante da un punto di vista storico.

Tuttavia, dietro all’apparente superficialità (che si riflette anche nella messa in scena, influenzata in qualche modo dal musical) e all’astensione di giudizio c’è qualche particolare inquietante che rende il film più interessante e meno vacuo di quel che sembra.

Innanzitutto l’andirivieni tra passato e presente ci mostra che non è cambiato poi tanto nel Regno Unito di oggi: il film mostra un parallelo tra  gli attentati terroristici di trent’anni fa dell’IRA a quelli di Al Qaida oggi. Alla questione terroristica possiamo aggiungere che la crisi economica e politica è tornata e le donne di potere ancora mancano al governo.

Una battuta degna di riflessione afferma che l’intera Gran Bretagna odiava la Thatcher e un attimo dopo tutti l’adoravano, tanto da rieleggerla.

Una reazione spropositata, ma purtroppo vera: alla fine del primo mandato tasse e privatizzazioni avevano infatti causato solo scioperi, attentati e aspre proteste represse nel sangue, poi il Regno Unito vinse la guerra delle Falkland contro l’Argentina e il popolo britannico si riversò nelle piazze e poi alle urne per festeggiare e rieleggere il suo Primo Ministro.

Il quadro che ne risulta è desolante: è lo spirito nazionalista e belligerante a unire il popolo e a prevalere su qualsiasi questione economica, sociale, politica?

Un ritratto dunque più amaro di quello che sembra, che si fa apprezzare anche nella forma grazie a una fotografia palpitante e curiosa, inquadrature da musical (riprese dall’alto, dettagli, scene quasi coreografate). Ma sopra ogni cosa c’è lei, l’inarrivabile Meryl Streep, meritatamente candidata all’Oscar (per la 17esima volta).

VOTO: 7-

Citazione cult:

La gente non vuole più fare cose importanti, ma vuole solo essere importante

martedì 10 marzo 2009

Recensione di IL DUBBIO di John Patrick Shanley

Siamo negli anni ’60, poco dopo l’assassinio di Kennedy e nell’aria (nel vento) si respira un palpabile pessimismo. Un bambino nero arriva in un istituto scolastico e la sua presenza non sembra scatenare particolari reazioni, finché non succede qualcosa che cambierà le cose. Ma non sarà un gesto di intolleranza, anzi. A causare il pandemonio sarà la troppa tolleranza di un prete, che verrà accusato di pedofilia (senza mai pronunciare la parola) dalla sospettosa direttrice ultra conservatrice. La scontrosa direttrice, interpreta dalla sempre eccellente Meryl Streep risulta antipatica e troppo bigotta fin dall’inizio, ma se a pensare male ci si beccasse sempre, come diceva Andreotti?! E il giovane e moderno prete (il sempre lodevole Philip Seymour Hoffmann), che sembra avere sempre una giustificazione pronta potrebbe mai essersi macchiato di una colpa del genere? La risposta non arriva mai. La suora accusatrice (la rivelazione Amy Adams, già cinguettante protagonista di Come d’incanto) troverà le sue certezze, ma proprio la sicurissima direttrice le perderà. Spiazzante la risposta della madre del ragazzo nero, disposta ad accettare che il figlio venga abusato dal prete se questo è quello che vuole. Tutti hanno le loro buone ragioni e lo spettatore non sa davvero da che parte schierarsi. Meglio dunque dubitare o credere? Il dubbio rimane anche a film terminato. Senza cambi di costume ed effetti speciali il regista è riuscito a dare vita ad un film gelidamente perfetto nella messa in scena, nella fotografia, nella musica, nelle interpretazioni. Non c’è nulla fuori posto, sembra uno spettacolo teatrale calato nelle ambientazioni che si erano sempre immaginate, quel suo spettacolo teatrale che finalmente ha portato sugli schermi. Ma che non vincesse l’Oscar era scontato..Oggi siamo negli anni 2000, poco dopo l’elezione del primo presidente nero e nell’aria si respira un palpabile ottimismo. Un ottimismo che però finisce con la vittoria elettorale di un presidente nero e lascia il posto ad un doloroso pessimismo per ciò che riguarda il versante economico. Per questo Il dubbio non poteva essere candidato all’Oscar come miglior film dell’anno e si è preferito non premiarlo in nessun delle 5 candidature ricevute. In un tempo in cui le certezze mancano non si poteva di certo accreditare un film simile, cinico e sospettoso. Ci voleva un messaggio di speranza e di fiducia, che solo The Millionaire poteva dare.
VOTO: 8