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giovedì 4 settembre 2014

Maps to the stars: impossibile restare impassibile!

MAPS TO THE STARS
di David Cronenberg,
Canada/USA, 2014
con Julianne Moore, Mia Wasikowska, John Cusack, Evan Bird, arah Gadon, Olivia Williams, Robert Pattinson, Carrie Fisher.
Genere: Drammatico/Grottesco/Commedia
Se ti piace guarda anche: Cosmopolis, Viale del tramonto, Gli ultimi fuochi, Reality, The Bling Ring

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

TRAMA
Una diva in declino decide di confrontarsi col fantasma della madre intepretandola sullo schermo, o almeno così vorrebbe: una rivale più giovane le vuole soffiare il posto.. Un ragazzino attore già in declino per via di un bambino che gli ruba la scena è appena uscito da una rehab è controllato da un padre, ex divo e guru con scheletri nell'armadio... Una ragazza ricoperta di ustioni arriva a Hollywood per vedere le case delle star e un giovane autista, aspirante sceneggiatore, l'accompagna..
COMMENTO
Tanti personaggi che intersecano le loro vicende in un mosaico grottesco e citazionista, talvolta perfino parodista. C'è di tutto, perfino troppo in questo film che merita più di una visione.
C'è il ritratto impietoso di una Hollywood, luccicante e fiabesca dall'esterno, che si trasforma in vero e proprio incubo dall'interno. Ogni divo è abitato da terribili fantasmi che ne divorano l'esistenza (tratto comune dei quattro personaggi principali) e lo trasformano lentamente in un mostro capace di ogni cosa. 
Ogni personaggio è anche citazione o autocitazione in un cortocircuito spassosissimo: basti citare la guerra tra le due stelle del cinema scaturita nientemeno che da Carrie Fisher in carne e ossa che interprete se stessa e che è da tutti noi conosciuta grazie a ...Guerre stellari, appunto! 
Il regista ci dipinge gli attori di Hollywood come dei criminali senza scrupoli disposti a tutto e gli attori lo assecondano a meraviglia: applausi a una fantastica, crudele, folle e patetica Julianne Moore, premiata al Festival di Cannes. John Cusack oramai abbonato nei panni dello squilibrato, risulta davvero inquietante. Lo stesso si potrebbe dire della sempre brava Mia Wasikowska, che pare riproporre lo stesso ruolo di Stoker: pura coincidenza? 

Sono molte le domande a rimanere senza risposta poiché Cronenberg, che con gli ultimi film ha abbandonato atmosfere a lui più consone e cambiato spesso registro (l'interessante dramma storico A dangerous method,  e il cinico, più audace Cosmopolis) cambia pelle nuovamente e pare divertirsi come un ragazzino a suon di colpi di scena che scuotono lo spettatore, sortendo ogni tipo di effetto. Il pubblico ride, riflette, s'interroga, percepisce le citazioni, si spaventa e si arrabbia, poiché Cronenberg gioca coi suoi personaggi, con i suoi spettatori e perfino coi suoi attori: tutti burattini del suo gioco senza esclusione di colpi. Impossibile rimanere impassibile! Maps to the stars può irritare o affascinare moltissimo e per gli stessi motivi, più annoiare o coinvolgere moltissimo, può rimanere impresso o può passare come una meteora. Innegabile il talento del regista di comporre e scomporre i preconcetti dello spettatore, troppo abituato ai cliché cinematografici, qui sfruttati, abusati e scagliati contro chi guarda.

VOTO: 8

venerdì 29 agosto 2014

Marion Cotillard diretta dai Dardenne: da vedere!

DUE GIORNI, UNA NOTTE
(DEUX JOURS, UNE NUIT)
Luc e Jean-Pierre Dardenne,
Belgio, 2014
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione
Se ti piace guarda anche: Un sapore di ruggine e ossa, Ladri di biciclette, Suscià, La promesse
USCITA ITALIANA: 14 NOVEMBRE 2014
TRAMA
Sandra, madre depressa di due bambini, scopre da una collega che ai suoi colleghi è stato chiesto di scegliere tra un bonus di mille euro e il rinnovamento del suo contratto. Ovviamente la maggioranza ha preferito il bonus e Sandra, convinta dal marito, decide di bussare alla porta di tutti i suoi colleghi per chiedere di evitarle il licenziamento.
COMMENTO
Il mondo del lavoro è crudele e lo è ancora di più quello di chi un lavoro non ce l’ha.
Film di grandissima attualità, quasi un saggio sociologico di grande valenza politica, il film ci porta alla memoria capolavori neorealistici come Suscià o Ladri dibiciclette: settant’anni sono passati e la povertà e la disoccupazione hanno assunto nomi e volti diversi.
Il cinema dei fratelli è un cinema fortemente realistico, semplice, senza fronzoli. Dipinge la vita per quella che è, senza musiche in sottofondo o inquadrature estetizzanti, senza trucchi e con stacchi di montaggio morbidi, quasi impalpabili. Naturalmente anche gli attori sembrano venire direttamente dalla strada, e la presenza dell’attrice francese più famosa del momento può apparire straniante a un primo impatto: ma man mano che il film procede lo spettatore si dimentica di aver davanti a una diva: Madame Cotillard regge sulle spalle l’intera durata della pellicola risultando credibile come una donna semplice e umile che lotta per un posto di lavoro.
Dopo Unsapore di ruggine e ossa, la diva quindi ritorna al cinema d’autore francofono con un’altra superba interpretazione, forse la sua migliore, sicuramente l’ennesima grande prova della sua folgorante carriera.

VOTO: 8

martedì 19 agosto 2014

Il film sorpresa dell'anno

TUTTO PUÒ CAMBIARE
(BEGIN AGAIN)
Di John Carney
USA, 2014
Con Keira Knightley, Mark Ruffalo, Adam Levine, Hailee Steinfield, James Gorden, Catherine Keenr, CeeLo Green
USCITA ITALIANA: ottobre
Se ti piace guarda anche: A proposito di Davis, Il solista, August Rush- La musica nel cuore

TRAMA
Dan viene licenziato di punto in bianco dalla casa discografica presso cui lavora e la vita privata non va meglio: divorziato di recente, vede la figlia raramente. Disperato, si ubriaca in un locale dove la sua attenzione viene attirata da una giovane cantante fatta salire con forza sul palco: si tratta di Greta, alla quale propone di contattarlo per un contratto discografico…


COMMENTO
Nel 2006 John Carney debuttò con Once, film musicale low budget che si rivelò una grande sorpresa e arrivò fino agli Oscar vincendo nella categoria migliore canzone originale.
Oggi il regista irlandese propone un nuovo film musicale, ancora una volta incentrato sul rapporto tra una donna e un uomo che si aiutano a vicenda con la musica.
A cambiare è la location, una New York splendida, e gli attori, non degli sconosciuti, ma un Mark Ruffalo ancora una volta perfetto, una Keira Knightley mai così brava che si dimostra anche brava cantante, il leader dei Maroonn 5 Adam Levine che si dimostra anche un bravo attore, la ritrovata Hailee Steinfield lanciata da IlGrinta e il rapper e musicista CeeLo Green in un ruolo parzialmente autobiografico e autoironico.
Una trama ricca di colpi di scena e trovate simpatiche, tra cui quella, che vale da sola il prezzo del biglietto, con Mark Ruffalo che si immagina degli strumenti suonati da una band invisibile mentre Keira Knightley canta accompagnata solo da una chitarra.
Il risultato è una una favola che mette buonumore e che ruota attorno al potere della musica. La musica è salvezza nella disperazione, compagnia nella solitudine, magia, ispirazione, divertimento, introspezione, dolore ed entusiasmo. E l’entusiasmo che i personaggi impiegano per realizzare il loro album live e on the road, nei sensi davvero letterali dei termini, è contagioso.
La musica ascoltata nel film è inoltre veramente piacevole: le canzoni, scritte, tra gli altri, dall’ex frontman dei New Radicals (ve li ricordate?) Gregg Alexander e dall’ex attrice bambina Danielle Brisebois, sono quasi tutte cantate da Keira Knightley e Adam Levine.
In poche parole, un piccolo film destinato a diventare la grande sorpresa della stagione, o addirittura dell’anno. Dedicato agli amanti della musica, di New York, delle storie non convenzionali: ne uscirete col sorriso sulle labbra.

VOTO: 8,5

lunedì 11 agosto 2014

Correva l'anno 1974

Correva l’anno 1974, l’anno delle commedie.
Il 1974 non fu straordinario come il 1984 per il cinema americano, ma fu un anno importante per il nostro cinema grazie a due capisaldi della commedia italiana: Amarcord di Fellini, uscito in realtà a Natale del ’73 ma arrivato nella maggior parte dei cinema nel corso dell'anno successivo e vincitore del premio Oscar nel ’75 e C’eravamo tanto amati di Ettore Scola.

In Francia usciva Il Fantasma della libertà di Buñuel, apoteosi della commedia surreale del grande regista spagnolo e negli Usa usciva un classico come Frankestein Jr di Mel Brooks.

Dal punto di vista degli attori, il 1974 fu l’anno di Paul Newman, protagonista di due grandissimi successi come La stangata, al fianco di Robert Redford, e L’inferno di cristallo al fianco di Steve McQueen, uno dei primi kolossal castastrofici che tanta fortuna avrebbero poi avuto a Hollywood.


Lontano dagli studios hollywoodiani veniva prodotto Non aprite quella porta, piccolo film indipendente girato con gli incassi del porno Gola profonda: oltre alla saga degli anni ‘2000, quel piccolo film avrebbe influenzato decine e decine di film con immagini entrate nell’immaginario collettivo del cinema horror.

venerdì 8 agosto 2014

30 anni in meno

Il 1984 fu un anno sfacciatamente hollywoodiano.
L’industria americana prese definitivamente il sopravvento sulle produzioni europee e Hollywood era piena di idee. Dopo alcuni decenni più intellettuali, negli anni del boom si ha voglia di puro intrattenimento e nessuno meglio di Hollywood sa come offrirlo: 
Terminator,
Ghostbusters,
Gremlins
Scuola di polizia,
Beverly Hills Cop,
Karate Kid, 
Footlose,
Splash.
Comune denominatore? Intrattenimento, appunto. Commedie che fanno divertire le masse, grande e piccini. Vent’anni dopo Hollywood non è più capace di fare commedie. Ma non è neppure più capace di fare horror di culto come Nightmare, che usciva in quell'anno.
Oggi Hollywood propone film di azione, ricchi di effetti speciali, che spesso incrociano le vie della commedia e a volte dell’horror e della fantascienza, ma i generi, intesi separatamente l’uno dall’altro, stanno morendo.
Accanto a questo mare di classici della commedia made in USA, al cinema trovarono spazio nel 1984 pure C’era una volta in America o film europei come Paris, Texas e Amadeus.

L’Italia, che toccava la sua crisi (cinematografica) più profonda ed era sempre più chiusa in se stessa, era rappresentata da Bianca di Nanni Moretti, esempio di quel cinema di qualità che proprio in quegli anni cominciò a fare troppo spesso rima con nicchia e ideologia di sinistra, allontanando così il pubblico italiano, sempre più provinciale, dal suo cinema nazionale.

mercoledì 6 agosto 2014

Back in the '90s

1994. E qui ci facciamo proprio del male. Pensare a quanti film indimenticabili uscirono precisamente 20 anni fa è decisamente frustrante.
Allietiamoci la lettura con un sottofondo musicale: cominciamo da qui.
 
Il 1994 ful’anno di Pulp Fiction, consacrazione di una carriera straordinaria che da quel punto ha conosciuto pochissime cadute e non ha bisogno di alcuna presentazione.
Dalla consacrazione di Tarantino (Palma d’oro a Cannes) si passa a quella di Peter Jackson (Leone d’argento a Venezia) con Creature dal cielo, che coincide con il debutto di una delle più grandi attrici viventi, Kate Winslet.
Ma c’è pure Lars Von Trier che col suo The Kingdom (serie Tv poi riassunta in un film) si impone al grande pubblico e da allora ha raramente sbagliato un colpo. 
Come dimenticarsi di uno degli ultimi film horror di qualità, Il seme della follia di John Carpenter? O una deliziosa, intelligente commedia come Pallottole su Broadway di quel mago instancabile di Woody Allen? E sul versante commedie, come non citare un titolo diventato presto un classico per gli innamorati, ovvero Quattro matrimoni e un funerale? E qui scatta l'obbligo di un altro ascolto: (clicca qui).
Sul versante attoriale, un’altra attrice che in quell’anno tenne il suo battesimo cinematografico fu Natalie Portman in Léon di Luc Besson, mentre Leonardo DiCaprio, ragazzino, si faceva notare in Voglia di ricominciare e Buon Compleanno Mr Grape.
I titoli più rappresentativi del canone hollywoodiano e destinati a rimanere nell’immaginario collettivo sono invece Forrest Gump e Il Re Leone (clicca qui per la colonna sonora).
Ma ciò che stupisce di più, di questo non troppo lontano 1994, è il fatto che a fianco di tanti successi hollywoodiani trovino posto tante cinematografie nazionali ancora capaci di imporsi a livello internazionale: ho citato il francese Besson, il danes Von Trier e il neozelandese Jackson, ma il 1994 fu anche l’anno dell’australiano Priscilla-La regina del deserto e dell’anglo-irlandese Nel nome del padre (che lanciò Daniel Day-Lewis). 

L’Italia, da canto suo, si affacciava timidamente al mondo con una produzione internazionale di qualità come Una pura formalità di Giuseppe Tornatore.

Insomma, quello del 1994 era un panorama praticamente idilliaco, in cui grandi classici hollywoodiani affiancavano film di tante nazionalità diverse. 


lunedì 4 agosto 2014

Rilassiamoci e facciamo un salto nel passato

Anche quest’estate i cinema restano aperti ma mancano film che ci convincano a entrare in sala. Anzi, quest’estate più delle altre, vi è perfino una totale mancanza di blockbuster (ok, arriva l’ennesimo sequel di Transformers, ma il target è abbastanza definito). Non c’è nulla da fare: i distributori italiani non ne vogliono sapere di riempire le sale cinematografiche e nemmeno pensano di proporre anteprime a quelli all’aperto.
E così dovremo aspettare l’autunno per vedere l’infornata di titoli presentati a Cannes, mischiati, giustamente, con quelli di Venezia. E a proposito di quest’ultima, che dire del programma appena annunciato?
Nessuna star, nessun ritorno particolarmente atteso, ma autori provenienti da tutto il mondo e per lo più sconosciuti ai non cinefili. Un festival di super nicchia che dovrà puntare tutto sulla qualità e annullare così il connubio glamour-arte che da decenni ha fatto rima col Festival di Venezia. E nemmeno al Festival di Cannes quest’anno si sono viste poi delle grandi cose. Le star e i film di richiamo andranno a Toronto, che è pure più vicino a Hollywood: dobbiamo rassegnarci.
E in questo desolante panorama il pensiero non può che volgere al passato che, come in tutte le situazioni di crisi, rimane qualcosa di lontano, irrangiungibile e irrepetibile.

I prossimi post voglio quindi dedicarli a una categoria che potrebbe intitolarsi “Facciamoci del male” e ci farà balzare indietro nel tempo per stilare un impietoso confronto tra passato e presente.

E il primo balzo è quindi di dieci anni: è il salto più corto e indolore, ma anche quello che ci mostra come fossero già presenti i semi di una crisi destinata a esplodere.
Il 2004 infatti era l’anno della diffusione di multisale nuove e climatizzate destinate a rimanere vuote: curioso vedere che nell’arco di dieci anni non si è fatto nulla per cambiare le cose.
Ma il 2004 era anche l’anno dell’affermazione dei sequel con quel Shrek 2 che fu il maggior incasso dell’anno. E fu lì che i produttori capirono le potenzialità del sequel: stessi personaggi, stesse dinamiche, qualche aggiunta e una sceneggiatura che proponga il modello originale senza troppo impegno. Non che i sequel fossero nati allora, gli anni ’80 e ’90 ne contavano diversi, ma è dalla metà del decennio scorso che ogni operazione commerciale di successo ha sequel, prequel o reboot che diventano puntualmente i film su cui gli addetti ai lavori puntano di più, ed è questo il vero sintomi di crisi artistica.

Il 2004 era però l’anno di un sequel del tutto particolare: Kill Bill Volume 2 di Tarantino, in realtà parte di un progetto unico diviso in due. E qui c'è poco da aggiungere. 
Per quanto riguarda il cinema di qualità il 2004 fu anche l’anno di un piccolo film ai tempi ignorato da noi e destinato però a rimanere nella memoria di molti: The Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry tradotto miserabilmente in Se mi lasci ti cancello
Ma il 2004 fu l’anno in cui si distinse, in quanto a premi e consensi, un perfetto esempio di cinema di qualità adatto a tutti: Million Dollar Baby di quel Clint Eastwood, che proprio quest’estate, alla veneranda età di 84 anni ha deciso di confrontarsi con un genere per lui nuovo, il musical ed è stato punito e ignorato per questo: chi ha visto Jersey Boys alzi la mano.

E per finire, in un panorama italiano che toccava forse il suo periodo più buio si faceva strada, con Le conseguenze dell’amore, quel Sorrentino appena incoronato dall’Oscar.


lunedì 21 aprile 2014

L'arca di Noè? Un buco nell'acqua

NOAH
di Darren Aronofsky,
USA, 2014
con Russel Crowe, Jennifer Connelly, Emma Watson, Logan Lerman, Douglas Booth, Anthony Hopkins.
Se ti piace guarda anche: 2012, Il cacciatore di giganti, L'albero della vita, Il signore degli anelli
TRAMA
Noé viene avvisato in sogno che l'umanità sta per essere sterminata e lui è incaricato di mettere in salvo gli essere viventi innocenti.
COMMENTO
Lo straordinario successo commerciale (nonché di critica) de Il cigno nero ha permesso a Darren Aronofsky di raggruppare il budget necessario per coronare il suo sogno: ovvero creare la sua personale rivisitazione di uno dei passi più celebri ed emblematici della Bibbia, ovvero quello del diluvio universale. E quando si parla di catrastrofi il primo nome che viene in mente è Emmerich, non di certo il regista di film indipendenti come The Wrestler e Requiem for a dream.
La componente kolossal-digital-catastrofica in effetti è sbrigata piuttosto frettolosamente, soprattutto per quanto riguarda il tanto atteso e agognato diluvio universale che si esaurisce in pochi minuti senza dare molto spettacolo. 
Quello che interessa al regista è infatti la questione morale, più ancora di quella religiosa, e le dinamiche psicologiche dei personaggi. Aronofsky tenta perciò di scavare nella mente di personaggi sulla carta monodimensionali e ne indovina i turbamenti interiori, ottenendo a volte dei risultati fortemente drammatici e altre perfino comici. 
Così quello che sembrava un colossal catastrofico più volte si trasforma in un dramma psicologico, quasi un melodramma domestico per lo stile di certi dialoghi. 
Ma questo non è un pregio, perché, e a chi scrive duole molto dirlo, questa volta Aronofsky ha fatto un grande buco nell'acqua. La sua vena mistica l'avevamo già vista in quella che sembrava una parentesi, The Fountain- L'albero della vita, insolito film new age piuttosto pacchiano ma non privo di interesse.
Qui invece Aronofsky fallisce nel tentativo di offrire un colossal d'autore, ossimoro destinato a restare tale anche con alla regia un grande regista.
Come colossal e fantasy il film non si eleva affatto sopra la media, nemmeno dal punto di vista tecnico e visivo (gli effetti speciali non sono così speciali dopotutto) forse anche perché si tratta di generi che il regista non ha mai frequentato. La fotografia solitamente sgranata, sporca e vibrante di Matthew Labatique diventa patinata per adattarsi agli standard dei blockbuster. 
Sembrano non arrendersi invece Andrew Weisblum, che offre un montaggio ancora una volta quasi diegetico per la sua importanza nel costruire le scene e Clint Mansell, che con le musiche riesce a infondere pathos e tensione laddove fallisce la componente visiva. 
Dal punto di vista narrativo il film non convince poiché non c'è armonia tra tra componente spettacolare e psicologica, nonostante la sceneggiatura riporti ancora una volta il nome di Ari Handel a fianco di quello del regista. 
Poi ci sono i personaggi: il protagonista interpretato da Russel Crowe non ha la forza del wrestler Roby o della ballerina Nina e le dinamiche tra i personaggi risultano ripetitive. Dispiace vedere i lanciatissimi Emma Watson e Logan Lerman, entrambi rinati con lo splendido Noi siamo infinito, alle prese con personaggi di poco spessore, così come suscita pena un ridicolo Anthony Hopkins nei panni di un Matusalemme colpito da un'onda d'acqua mentre si gusta l'ultima bacca. E l'elemento ridicolo è purtroppo assai ricorrente nel film, tanto da chiedersi se non si tratti di una comicità volontaria volutamente sottolineata per smorzare i toni epici e seri del film: eloquente l'esempio del personaggio di Lerman, letteralmente ossessionato dal sesso. Qualcuno può leggerli come sprazzi di insolente genialità, ma personalmente li giudico come trovate infelici.

Non resta che considerare questo Noah come l'esperimento libero e giocoso di un regista che in passato ha dato prova di grandissimo talento.
VOTO: 5