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mercoledì 16 giugno 2010

Ieri, oggi, domani

IERI, OGGI E DOMANI 
di VITTORIO DE SICA, 1963


Il film è composto da tre episodi legati solamente dalla coppia Loren-Mastroianni.

ADELINA
Il primo, scritto da Eduardo De Filippo, è ambientato a Napoli, dove Adelina vende sigarette in bancarelle abusive (assieme a una trentina di altre donne che non si capisce perché non hanno nessun problema con la giustizia). Il marito non riesce a trovare un lavoro. La polizia ha un mandato d’arresto per Adelina, che però è rinviato perché la donna è incinta.Infatti non può essere rinchiusa prima che siano passati otto mesi dalla nascita dell’ultimo figlio e così i due sfornano un figlio dopo l’altro, finché il marito non è più in grado di ingravidarla. Adelina viene incarcerata, ma il popolo si mobilita per ottenere la grazia dal Presiden
te.


ANNA

Nel secondo episodio, tratto da Moravia,Sophia Loren è una ricchissima e annoiata snob milanese che fa un giro in auto col suo amante, di estrazione sociale molto più bassa. Gli confida che è infelice e che vuole solo l’amore, non sa cosa farsene dei soldi. Lui le dice che senza soldi non sarebbe in grado di vivere. Il divertente epilogo conferma l’opinione dell’amante.

MARA

Scritto da Zavattini e ambientato a Roma.
Mara è una escort che si vanta con la dirimpettaia Tina Pica di avere come clienti solo gente per bene: deputati, ministri. Il problema è che il bel nipote aspirante prete (Giovanni Ridolfi) della Pica si è invaghito della bella squillo.
Del resto come stupirsi, se la bella ragazza se ne va in giro per il terrazzo coperta solo da un asciugamano?
Oppure fuma alla finestra in biancheria intima?

Insieme a un esasperato Mastroianni, nei panni di un cliente bolognese innamoratissimo riusciranno a riportare il giovane sulla retta via e accontentare la prima insopportabile Tina Pica.
Bisogna spettare fino alla fine per godersi il celeberrimo, sensazionalistico e leggendario spogliarello della Loren che però non si concede a Mastroianni perché le viene in mente, proprio sul più bello, che ha fatto un voto alla Madonna.
Si tratta dell’episodio più divertente.                       Sophia offre nuovamente il ritratto di una donna forte ed emancipata, ma legatissima all’istituzione matrimoniale e al ruolo di maternità, che è per lei l’unica ancora di salvezza.Il secondo episodio è amarissimo, venato solo in parte dalla simpatia del personaggio di Mastroianni. Resta comunque un bel ritratto della classe ricca e capricciosa e in generale dell’essere umano come pedina incapace di reagire e di osare per trovare la felicità. Il terzo è uno scanzonato omaggio alla bellezza e alla libertà femminile, dove Sophia è una prostituta dal cuore d’oro che incarna la donna indipendente del nuovo millennio.

La mitica coppia è formidabile in tutti gli episodi, e passa con disinvoltura dal dialetto napoletano al romanesco, passando per l’accento milanese.

Una pioggia di premi internazionali per un film giocoso tutt’altro che impegnato. Una sorta di divertissement di un grande maestro che si concede un tributo alla coppia fantastica del cinema italiano e soprattutto alla diva italiana più amata in patria e all’estero.

Un trionfale ritorno alla commedia a episodi per De Sica, che crea un film commerciale senza rinunciare alla critica sociale, che qui diventa satira.

Primo film in Techniscope, seconda nomination all’Oscar per la Loren, terzo Oscar come miglior film straniero per De Sica che si confermava il regista italiano più amato e popolare all’estero, anche se Fellini era già pronto a sostituirlo.


domenica 13 giugno 2010

In Italia più uno ha i soldi e più sta con i preti e le monache



LA CIOCIARA - Regia di Vittorio De Sica
Oscar, Palma d’oro, Bafta: Sophia Loren vinse tutto grazie a La Ciociara, battendo agli Oscar perfino la Audrey Hepburn di Colazione da Tiffany.
Sophia Loren diventa la seconda attrice italiana a vincere l'Oscar dopo Anna Magnani (per La rosa tatuata). E pensare che il suo ruolo sarebbe dovuto andare proprio alla Magnani!
Infatti Carlo Ponti aveva inizialmente pensato di affidare la trasposizione dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia all’americano Cukor, il ruolo della madre Cesira alla Magnani e quello della figlia alla Loren. In effetti tra le due c’erano 26 anni di differenza e quindi l’idea era fattibile. Meno verosimile fu invece la scelta definitiva: ovvero trasformare la Loren, 26 anni, nella madre di Eleonore Brown, 12 anni nella realtà e 13 nella finzione.

Anna Magnani, conosciuta nell’ambiente per il suo caratterino e per avere gettato in faccia al compagno Rossellini un piatto di spaghetti quando seppe l’aveva tradita con la Bergman, rispose:

-La Loren mia figlia? Nella scena dello stupro degli egiziani, ci sarà da star attenti che lei non stupri loro!-

In seguito Ponti affidò il progetto a De Sica, che si fece convincere da un’altra frase della Magnani:

-Senti, Vittorio, se ti piace tanto questa Sophia, perché non fai fare la madre a lei?-

Vittorio ci pensò seriamente e così fece.
A questo punto la reazione della Magnani fu incontrollabile:

- Quel povero De Sica! A forza di giocare gli si è imputridita l’anima, pover’uomo. Adesso non è altro che una puttana che accetta di fare qualunque cosa per pagare i debiti.-
Come è possibile che ogni dialogo privato della Magnani finisse puntualmente sui giornali non è ben chiaro. Di sicuro non c’era la legge bavaglio. Fatto sta che questi aneddoti sono passati ai libri di cinema più seri.

De Sica adattò il romanzo con il fidato Zavattini e mise insieme un cast internazionale: nel ruolo della figlia Rosetta l’americana Eleonora Brown e nei panni dell’antifascista Michele, un giovane ed occhialuto Jean-Paul Belmondo prima del botto.

Nello stesso anno sarebbe stato il protagonista di Fino all’ultimo respiro di Godard, film che avrebbe per sempre cambiato la storia del cinema.

Altra apparizione da segnalare è quella di Renato Salvatori, che nello stesso anno sarebbe stato uno degli interpreti principali del capolavoro Rocco e i suoi fratelli di Visconti.

Che dire di questo bellissimo film se non che porta benissimo i suoi 50 anni e che ancora oggi è apprezzabilissimo e assolutamente da rivedere? Sophia Loren è superlativa nei panni di una giovane vedova che crede tanto nel Duce ma ha paura di rimanere nella Roma sconvolta dai bombardamenti e decide quindi di tornare dai genitori in Ciociaria, finché la guerra non sarà finita. Nel viaggio lei e la figlia Rosetta troveranno tanta solidarietà e perfino l’amore di un intellettuale, seminarista pentito, tanto affettuoso come compagno e padre, quanto lucido nel suo credo antifascista. Purtroppo sarà preso dai fascisti e Cesira e Rosetta saranno stuprate in una chiesa da un gruppo di alleati marocchini.
Succo del film potrebbe essere: in guerra non è mai possibile dire chi sono i buoni e chi i cattivi. Anzi: in guerra non ci sono mai buoni. Ma la critica sociale (così cara al De Sica neorealista) torna anche quando si parla della Chiesa, col personaggio interpretato da Belmondo e la sua beffarda visione della Chiesa. Il personaggio di Michele, racconta che stava per diventare prete, ma qualcosa lo ha fermato. Eppure è rimasto credente: è l’unico a incita alla preghiera, spesso confusa dagli altri con la superstizione. Allo stesso tempo è anche l’unico ad avere una visione lucida e critica del mondo della Chiesa, ben evidenziate da due battute:

-In Italia più uno ha i soldi e più sta con i preti e le monache.-


- Dalle suore non si impara mai come stanno le cose veramente.-
 (criticando la scelta di Cesira di mandare Rosetta in una scuola di suore).

Per quanto riguarda l’interpretazione della Loren non si può che concordare con tutti coloro che la lodarono: magnifica in ogni scena, perfetta in ogni sfumatura. Dalla donna giovane e vitale, alla madre combattiva, allegra e drammatica, orgogliosa e determinata. Con un’aggressività di temperamento che ne nascondeva quella carnale. Tutte caratteristiche che la nuova donna italiana incarnava e che Sophia incarnò meglio di tutte.



Qui sotto Rosetta nel momento del dramma e Cesira dopo lo stupro.

domenica 30 maggio 2010

Il Giardino dei Finzi-Contini

IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI
 di Vittorio de Sica, 1970

Dopo L’oro di Napoli De Sica si dedicò alla commedia e a quella che nel frattempo è diventata la sua attrice preferita, Sophia Loren. Fu un nuovo capitolo della sua carriera, completamente diverso da quello precedente, ma ugualmente apprezzato dalla critica che lo ricoprì di riconoscimenti e per la prima volta, gradito pure dal pubblico italiano. Ne parlerò la prossima settimana.

Ora facciamo dunque un salto temporale di vent’anni e approdiamo agli anni ’70, quando De Sica inaugurò un nuovo e ultimo capitolo della sua lunga carriera. Quello dedicato ai drammi, per lo più di origine letteraria.

RICONOSCIMENTI

Con il Giardino dei Finzi-Contini, nel 1970 De Sica apre un nuovo decennio all’insegna di un enorme successo coronato da buoni incassi e una pioggia di prestigiosi premi: miglior film ai David di Donatello e al Festival di Berlino, e l’Oscar per il miglior film straniero.

GENESI

Per l’occasione abbandonò Zavattini e alla sceneggiatura chiamò Ugo Pirro, Vittorio Bonicelli e lo stesso Giorgio Bassani, autore del bestseller omonimo del 1962.

Quest’ultimo non era per niente d’accordo con De Sica su alcuni (a mio avviso trascurabili) punti e dopo aver litigato col regista, pretese di essere cancellato dai titoli di testa.

Certamente è vero che trasporre un romanzo simile rappresentasse una sfida, poiché è tutto così evocativo, con azioni ridotte a brevi ricordi e sensazioni. Eppure, nonostante il tono decisamente patinato della pellicola, De Sica riesce a trasmettere la chiusura e l’immobilità di una classe sociale (quella della borghesia) e religiosa (quella degli ebrei) che non si rende conto di quanto grave è la situazione verso la quale sta andando. Solo la tragica deportazione aprirà loro gli occhi.

Le principali modifiche dal romanzo sono tre. Innanzitutto il film non utilizza la tecnica dell'Io narrante e il personaggio del padre (interpretato da Romolo Valli) ha una sorte del tutto diversa rispetto a quella narrata dallo scrittore nel suo libro. Nel romanzo, inoltre la storia narrata è un ricordo all’interno di una cornice più ampia.

Io che ho adorato il libro, ho amato anche il film ed è quello di De Sica che ho visto più volte. Forse perché tra tutti è quello più trasmesso nelle Tv. In ogni caso lo riguardo ogni volta volentieri. Sarà perché da piccolo amai molto il libro e ogni volta il film mi emoziona, lasciandomi con un grande magone. Quindi che importa se è calligrafico e formale! Alla faccia del Morandini, che lo definisce “nell'ultima parte di una ruffianeria sentimentale che sfiora il cinismo, franoso nella costruzione drammatica, imperdonabilmente approssimativo nello svolgimento temporale, inetto nella rievocazione dell'epoca, zeppo di incongruenze e svarioni. Persino la scelta e direzione degli attori sono al di sotto del decoro consueto a De Sica.”

TRAMA
Nella Ferrara degli anni 1938-43, Giorgio è un amico d'infanzia della ricca Micol Finzi-Contini (Dominique Sanda), e frequenta insieme ad altri amici ebrei il giardino della villa Finzi-Contini, dove Micol e suo fratello Alberto sono sempre ben disposti a accogliere i loro amici, visto che le prime leggi razziali hanno escluso gli ebrei dai circoli del tennis.Micol è molto più sveglia di lui, che non sembra carpire i segnali che la sensuale ragazza gli lancia. Quando si innamorerà, sarà troppo tardi perché la ritroverà tra le braccia del comunista  Giampiero (Fabio Testi).
Il fratello di Giorgio viene mandato a studiare Grenoble, mentre tutti quelli che rimangono devono confrontarsi con le persecuzioni razziali che diventano sempre più insostenibili. A questo clima insostenibile, si aggiungono due dolorosissimi lutti per Micol: quello per il giovane e debole fratello e quello per il suo ragazzo Giampiero, morto al fronte in Russia. Coloro che sono rimasti in vita, vengono arrestati nel 1943 e deportati. L’unico a salvarsi è il protagonista.
ATTORI
Lino Capolicchio  
Come protagonista venne scelto il ventisettenne Lino Capolicchio, che tra l’altro, negli anni universitari, aveva avuto come insegnante di storia del teatro lo stesso Bassani che poi si complimentò con lui per l’interpretazione. Negli anni ’70 parteciperà ad altre pellicole di successo e lo ritroveremo nelle prossime puntate.

Alessandro D’Alatri

Interpreta Giacomo da bambino, nei flashback. Già attore bambino prodigio a teatro per Visconti, dopo questo fortunatissimo ruolo abbandonerà del tutto l’attività di attore, per tornare al cinema da adulto, ma in qualità di regista. A lui si devono tanti film, assai diversi tra loro, come il religioso I Giardini dell’Eden, la commedia romantica Casomai, la commedia dai risvolti sociali La Febbre, il cinepanettone Commediasexy e Sul mare, dramma romantico passato poco tempo fa nelle sale.











Dominique Sanda

Sostituì Laura Antonelli che fu la prima scelta del regista. Attrice di un buon numero di importanti pellicole francesi e italiane, la ritroveremo di nuovo in scene bollenti a fianco di Fabio Testi in L’eredità Ferramonti di Bolognini che le procurerà la Palma d’oro a Cannes.
 Fabio Testi
È l’amante di Micol. Inizialmente famoso più per le sue love story con Ursula Andress e Charlotte Rampling, si affermò poi anche come attore valido in alcuni film di rilievo. Negli ultimi decenni si è perso tra fiction, soap e reality shows. Qui sotto è con Helmut Berger.

Helmut Berger

È il languido, deboluccio, fratello di Micol, ambiguamente attratto dal virile amante di lei. Incarna alla perfezione la figura dell’esteta sessualmente ambiguo, che contraddistinguerà poi tutta la sua carriera. De Sica evidentemente aveva già capito tutto. Qui Helmut è al suo primo ruolo importante, dopo una breve apparizione nel collettivo Streghe. Ancora sconosciuto, ma presto amante di Visconti, questo giovane e fascinoso tedesco diventerà un’icona degli anni ’70 e sarà protagonista di molti futuri post.


LINK

Nel romanzo di Giorgio Bassani, durante una conversazione con Giampiero, il protagonista racconta di un medico ferrarese chiamato Fadigati che recentemente,dopo essere stato accusato di essere omosessuale, si è suicidato per il peso dell'ingiusta accusa . Lo stesso Fadigati è protagonista di un altro romanzo di Bassani, Gli occhiali d'oro (1958), da cui nel 1987 Giuliano Montaldo ha tratto l’omonimo film in cui Philippe Noiret, Rupert Everett e Valeria Golino scorrazzano per il quartiere universitario di Bologna.

venerdì 28 maggio 2010

L'oro di Napoli

L'ORO DI NAPOLI di VITTORIO DE SICA, 3 dicembre 1954

Dopo il fiasco totale di Stazione Termini, che comunque avrebbe ricevuto un remake nel 1998 con Anne Archer e Andrea Occhipinti, De Sica tornò a lavorare in libertà, adattando la raccolta omonima di racconti di Giuseppe Marotta e adattati dal fido Cesare Zavattini.


Per questo film De Sica tornò a rivolgersi a volti noti, ma italiani, tornò a recitare in un suo film e tornò alla commedia, dopo avere passato l’ultimo decennio a girare cupissimi drammi.

Per tutte queste ragioni e altre ancora L’oro di Napoli è una tappa fondamentale nel percorso di De Sica. Innanzitutto il ritorno alla commedia non sarà un caso isolato, in quanto per i decenni successivi De Sica rimarrà fedele a questo genere. Pertanto L’oro di Napoli sancisce l’inizio di un nuovo percorso artistico e il passaggio dal Neorealismo alla commedia all’italiana (del resto è dello stesso anno il capostipite del genere, Pane, amore e fantasia di cui tra l’altro De Sica è coprotagonista).

Ma L’oro di Napoli è importante anche perché trasforma Sophia Loren in diva e dà inizio ad una lunghissima collaborazione tra i due.

Sophia viene scelta perché Vittorio aveva appena girato con lei Peccato che sia una canaglia, primo vero successo della Loren ed ennesimo successo per Blasetti e De Sica attore comico. Dopo i fiaschi commerciali come regista che l’avevano ridotto al lastrico (complice anche la dipendenza da gioco), De Sica aveva collezionati diversi successi commerciali come attore e disponeva dei mezzi per creare un film dal super cast. Ingaggiò così Totò, Eduardo de Filippo, Paolo Stoppa e la diva Silvana Mangano. Questi ultimi vinsero il Nastro d'argento e il film fu presentato con successo e in concorso, al 8° Festival di Cannes.
Nessun riconoscimento in America, dove fu distribuito più di due anni dopo e senza successo, forse perché “troppo napoletano".

TRAMA

Il guappo

Un guappo si è insediato a casa di un poveretto (Totò) da una decina d’anni. Finalmente un giorno viene colto da un malore.

Il funeralino
L'episodio più triste e breve del film, quello che di più rimanda al De Sica neorealista. Narra della morte di un bambino e del corteo funebre organizzato dalla madre. Inizialmente fu tagliato perché troppo triste e poco si addiceva al tono generale della pellicola.
Pizze a credito
Sofia (Sophia Loren) e suo marito Rosario fanno pizze da asporto. Ma un giorno il costosissimo anello di fidanzamento che Sophia ha sempre portato scompare.

I giocatori
Un nobile napoletano (Vittorio De Sica), soffocato dalla moglie ricca e bruttissima e ridotto in miseria dal vizio del gioco, cerca la sua rivincita in lunghe partite a carte con il figlio del portiere, un bambino di 8 anni che continua a batterlo a scopa. È un episodio molto autobiografico in cui Vittorio esorcizza la sua dipendenza dal gioco.
Teresa
Teresa (Silvana Mangano) è una prostituta che un anonimo corteggiatore (Erno Crisa) vuole sposare. Solo dopo la cerimonia scoprirà che lui non l’ha sposata per amore.
Il professore

Don Ersilio (Eduardo de Filippo) vende saggezza. Per pochi spiccioli dà consigli risolutivi a fidanzati gelosi, militari stanchi e parrocchiani in cerca di una frase ad effetto. A volte vende anche pernacchie…

giovedì 27 maggio 2010

Stazione Termini

STAZIONE TERMINI di VITTORIO DE SICA, 2 aprile 1953


Dopo l’ennesimo insuccesso in patria, De Sica infine cedette alle lusinghe di Hollywood e accettò i finanziamenti statunitensi e soprattutto l’imposizione di due attori che erano americani, professionisti e soprattutto divi.

Insomma quello che aveva rifiutato in Ladri di Biciclette cinque anni prima. Non più volti presi dalla strada e messi per la prima volta davanti a un obiettivo, bensì due famosi attori americani. E che attori. La protagonista sarebbe stata nientemeno che Jennifer Jones, moglie del produttore, nonché protagonista del lacrimoso Bernadette che nel 1948 aveva decretato il ritiro dalle sale di Ladri di biciclette, spingendo i due disperati coniugi De Sica a strappare il volto dell’attrice dalle locandine che tappezzavano tutta Roma. Se a rivelare questo simpatico anneddoto fu la figlia maggiore di De Sica, la moglie Maria Marcader nelle sue memorie ne dirà uno ancora più curioso a proposito di questo film.
L’altro divo scelto dal produttore fu Montgomery Clift, il sex symbol di Hollywood orami schiacciato dai gossipsdi presunta omosessualità. I pettegolezzi coinvolsero così anche lo stesso De Sica e furono alimentati dalla stessa moglie, la quale racconta che Vittorio, durante le riprese, passava tutta la notte nella stanza d’albergo di Clift e rincasava ad orari impensabili della mattina. La chiacchierata amicizia tra i due era nata diversi anni prima, quando Montgomery venne a trovare Vittorio sul set di Miracolo a Milano.
"Monty" si trovò molto bene in Italia, dove i paparazzi ancora erano poco invadenti e dove poteva trovare il genere di ragazzi che piacevano a lui, ovvero coi capelli scuri e molto giovani (è quanto dice Robert La Guardia in Monty, A Biography, Arbor House, New York, 1977).
Gli piaceva anche il clima instaurato sul set e la società in cui fu introdotto. Poco dopo le riprese conobbe infatti anche Visconti, il quale rimase folgorato da lui tanto da volerlo scritturare per Senso. Purtroppo Clift aveva già altri impegni a Hollywood e dovette ritornare negli States, mentre il ruolo in Senso passò a un’altra star hollywoodiana omosessuale, Farley Granger.

Ma bando alle ciance e parliamo del film in questione, che è meglio. O forse no?


Prima bisogna anche dire che parte della traduzione dei dialoghi di Cesare Zavattini fu affidata a nientemeno che Truman Capote e che il co-produttore del film era l’immenso magnate David O. Selznick, produttore dei capolavori di Hitchcock , di Via col vento e molti altri. Una figura così importante e ingombrante presto si fece sentire e De Sica dovette (anche se non lo ammise mai) presto pentirsi della mossa..
Infatti non mancarono i problemi durante la lavorazione: Selznick licenziò gradualmente tutti gli sceneggiatori: Carson McCullers, Paul Gallico, Alberto Moravia e lo stesso Capote.
Avrebbe voluto anche controllare interamente le riprese, ma rimase negli USA e così si mise a scrivere quotidianamente a De Sica lettere lunga una cinquantina di pagine che il regista non lesse.
Nei rimproveri che il produttore faceva a De Sica, Montgomery Clift si metteva sempre dalla parte del regista italiano, mostrando assai coraggio dato che Selznick era la persona più influente di Hollywood. Come se ciò non bastasse il matrimonio della Jones con Selznick era in crisi e la diva mostrava segni di depressione dovuti anche alla recentissima e prematura scomparsa del suo ex marito.

Ok, mi sono lasciato troppo andare al gossip. Parliamo del film.


Una donna in vacanza in Italia dalla sorella deve tornare a casa, a New York, ma rimanda in continuazione il treno della partenza per poter passare ancora qualche istante con un uomo che ha conosciuto il giorno prima e di cui si è innamorata disperatamente sorseggiando un caffè. Anche per lui fu amore a prima vista. Ma lei ha una famiglia e deve tornare, dunque bisogna accontentarsi di una notte d’amore in un vagone abbandonato. Peccato che la sicurezza li scopra e vengano denunciati per atti osceni e portati dal commissario (Gino Cervi). Ma grazie all’intenso sguardo della donna, tutto fila liscio e può finalmente partire. Tutto questo per 89 minuti, senza mai abbandonare la stazione di Termini, rispettando così l’unità di luogo, tempo e d’azione ma con poco rispetto per lo spettatore che deve subirsi per più di un'ora gli intensi primi piani che valorizzano gli sguardi ricchi di pathos dei due protagonisti.
A Selznick risultò talmente nioioso da tagliarlo di 15 minuti, uscendo sul mercato americano, un anno più tardi, con la durata di un mediometraggio, ovvero 64 minuti e col titolo di Indiscretion of an American Wife. Fu la prima volta che gli americani stroncarono un film del maestro italiano. Clift lo descrisse come un enorme fallimento, aggiungendo che lo odiava.
Il film ricevette comunque una nomination all’Oscar, ma questa volta per i costumi, firmati da un certo Christian Dior.
ATTORI
Maria Pia Casilio vinse Il David di Donatello come miglior attrice non protagonista per un ruolo che è praticammente  un cameo.

Jennifer Jones, pseudonimo di Phylis Lee Isley, nacque a Tulsa, il 2 marzo 1919 ed è morta a Malibu, il 17 dicembre 2009.

Nel 1930 sposò Robert Hudson Walker, che sarebbe diventato attore qualche anno più tardi. Anche Philylis divenne attrice, esordendo al cinema nel ’39 a fianco di John Wayne in Il confine della paura.
Col nome di Jennifer Jones e un contratto con la 20th Century Fox, ottenne il ruolo di protagonista in Bernadette che a soli venticinque anni la trasformò in una star e le fece vincere il premio Oscar.

Il produttore David O. Selznick divenne il suo amante e i due si sposarono nel ’49, appena ottenuto il divorzio da Walker. Negli anni cinquanta la Jones continuò a mietere successi in film drammatici - come L'amore è una cosa meravigliosa di Henry King, ma dopo la morte nel 1965 di Selznick, decise di abbandonare le scene. Sarebbe tornata sul set un'ultima volta per la partecipazione al film L'inferno di cristallo (The Towering Inferno, 1974). Nel 1976, morì suicida, a 22 anni la figlia avuta con Selznick e nello stesso periodo fu colpita da un cancro al seno, dal quale riuscì comunque a guarire. Condusse gli ultimi trenta anni in modo tranquillo, lontana dai riflettori. È morta all'età di novant'anni, l’anno scorso.



Montgmoery Clift



La vita di Montgomery Clift fu una delle più tormentate di Hollywood. Collezionista di grandi successi, vincitore di un Oscar e candidato 4 volte all’ambito premio, nella vita privata non trovò mai pace, a causa di un’omosessualità che doveva nascondere e che mal si addiceva all’immagine creata da Hollywood. Memorabile in film di enorme successo come L'ereditiera (1949) di William Wyler di cui ho già parlato qui, Io confesso (1952) di Alfred Hitchcock, e, a fianco dell’amica intima Elizabeth Taylor, Un posto al sole (1951) e Improvvisamente l'estate scorsa,(1959). Marilyn Monroe, altra sua cara amica nonché collega nel suo ultimo film, dichiarò che Montgomory "È la sola persona che conosco che sta peggio di me".
La vita di Monty fu sconvolta del tutto una sera del 1956, dopo una cena a casa della Taylor. Rincasando andrò a sbattere contro un palo della luce: gli dovettero ricucire la faccia con fili sottili di metallo: il labbro superiore cambiò di forma, il naso restò un abbozzo che si fotografava bene solo da sinistra e un gonfiore innaturale si formò intorno agli occhi.
Monty non si riprese mai più dall'incidente. Sia fisicamente che mentalmente e si abbandonò alla completa dipendenza da alcool e droghe. Eppure la sua carriera continuò e il suo viso apparve ancora bello nei film successivi. Nel 1961 ricevette la sua terza "nomination" all'Oscar, con il ruolo di omosessuale castrato dai nazisti, nel grande successo di critica Vincitori e vinti (Judgment at Nurember) di Stanley Kramer e  che annovera tra gli interpreti Judy Garland, Marlene Dietrich, Spencer Tracy e Burt Lancaster.

Nello stesso anno interpretò un film che ai tempi fu stroncato e in Italia non fu nemmeno mai distribuito, diventando però nei decenni successivi un vero e proprio cult: Gli spostati (The misfits) di John Houston. Eccolo dunque a fianco di Marilyn Monroe e Cary Grant sul set di questo film “maledetto”, ultimo sia per Grant che fu stroncatoda un infarto un paio di giorni dopo la fine delle riprese, sia per Marylin, morta nella sua camera di albergo prima di terminare il suo film successivo. Monty girò ancora due film prima di venir stroncato a sua volta da un infarto all’età di 45 anni.


martedì 25 maggio 2010

Certe cose avvengono perché non si sa la grammatica:

UMBERTO D., di Vittorio De Sica, Data d'uscita: 20 gennaio 1953

TRAMA
Il film inizia con un corteo non autorizzato di pensionati che innalzano cartelli che recitano «Aumentate le pensioni. Abbiamo lavorato tutta una vita». La polizia li fa sgomberare. Tra loro c’è Umberto Domenico Ferrari, che riesce a nascondersi. Va alla mensa dei poveri, vende il suo orologio e quando torna a casa, trova la sua camera in affitto occupata da una coppietta. La padrona ha ben pensato infatti di subaffittare la stanza durante le ore del giorno in cui lui normalmente è assente.
La donna lo minaccia di sfratto perchè è da mesi che non la paga. Lui le offre i soldi dell'orologio ma lei vuole la somma intera. 

L’unica persona con cui l’anziano ha confidenza è la servetta Maria, che gli confida di essere incinta, senza sapere chi sia il vero padre poiché entrmbi i suoi due innamorati negano la paternità.
Umberto, incapace di pagare l’affitto anche dopo aver venduto i suoi libri, si fa ricoverare in ospedale per avere vitto e alloggio. Ma non avrà fortuna, non compiacerà abbastanza le suore e quindi dopo una settimana sarà mandato via.
Maria è l'unica che viene a trovarlo e che lo aspetterà anche quando sarà "dimesso" dall'ospedale.  Lo informa che i suoi due fidanzati l’hanno lasciata.
Umberto la saluta e si mette a girovagare in compagnia del suo più fedele amico, il cagnolino Flaik, di cui pure si vuole sbarazzare. Ormai ha deciso, non gli resta che il suicidio, dato che non è capace nemmeno di mendicare.

Porta l'animale in un canile, ma non ha cuore di lasciarlo lì in mezzo a tanti cani aggressivi, così se ne va in un parco e lo offre ad una bambina, ma questa lo rifiuta. Decide quindi di portarlo con sè anche nel suo ultimo viaggio. Si posiziona sul binario ferroviario che passa  vicino al parco e aspetta che il treno lo investa.
Ma il cane intuisce la situazione e istintivamente gli sfugge di mano. Istintiva sarà anche la reazione di Umberto, che rincorre il cane, salvandosi dal treno.  Flaik però non vuole più saperne di un padrone che voleva ucciderlo e si nasconde. Bastano però pochi minuti e una pigna per farlo tornare dal padrone.


TEMI
Inserire uno sciopero, non autorizzato, in un film, non era cosa da poco, allora. Lo stesso vale per la scelta di mostrare un uomo che nonostante abbia consacrato la propria vita allo Stato nel rispettabilissimo mestiere di impiegato al Ministero al Lavoro rimane con una pensione che non gli garantisce la sopravvivenza.

Da apprezzare anche lo sguardo che rivolge al personaggio femminile, il primo di una certa consistenza, dopo tanti ritratti maschili d’ogni età. L’ignoranza della povera Maria è tale che non sa quale dei due sia il padre perché entrambi negano la paternità...
Ignoranza che del resto di cui è perfettamente consapevole, tant'è che è lei a pronunciare una delle batture più memorabili del film:

"Certe cose avvengono perché non si sa la grammatica: tutti ne approfittano degli ignoranti."

Come non affezionarsi a questi due disperati e non riflettere su quanto sia moderno il lucido pessimismo sociale e umano contenuto nel film?
Tra i film di De Sica che ho visto, questo è il mio preferito.



CURIOSITA’


Il film è un tributo al padre, Umberto De Sica.

Umberto D costò circa 200 milioni di lire e ne incasso poco più della metà.

Giulio Andreotti, all'epoca Sottosegretario allo spettacolo, scrisse su Libertàs «Se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti - erroneamente - a ritenere che quella di Umberto D. è l'Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale».

E ancora una volta, De Sica fallirà al botteghino e avrà invece successo all'estero e una nuova nomination agli Academy Awards, che però questa volta non vincerà.
Nel 2008 il film ha visto un remake interpretato da Jean Paul Belmondo intitolato Un homme et son chien.

ATTORI

Carlo Battisti, il protagonista, era professore di glottologia all'Università di Firenze e autore, insieme ad altri, del Dizionario Etimologico Italiano pubblicato negli anni 1950-1957. Si racconta che il professore si presentò al provino indossando due cravatte da quanto era emozionato. Questa rimase la sua unica incursione nel cinema.

Maria Pia Casilio anche lei non era un'attrice e del resto De Sica non voleva attori nei suoi film neorealisti.
Una volta che il regista la scelse, la ragazza impone personalmente il proprio compenso: 2 milioni di lire, cifra altissima per il periodo e del tutto improponibile per una debuttante non professionista.
Ma De Sica la voleva assolutamente e acconsentì giudicandola una presenza cinematografica interessante. Il suo fiuto non sbagliava e il loro sodalizio durerà una ventina d'anni.
Dopo questo folgorante esordio, quello che poteva sembrare l'inizio di una carriera di una diva capricciosa e interessata ai compensi si trasformò in realtà in una delle carriere di caratterista più invidiabili del cinema italiano, affiancando capolavori a enormi successi commerciali.
L’anno seguente arrivò perfino il massimo riconoscimento italiano: il David di Donatello. Il film per cui vinse era il successivo di De Sica, il quale la richiamerà ancora per Il giudizio universale (1961) e Lo chiameremo Andrea (1972).
Sarà chiamata poi dai maggiori registi della storia del cinema : Visconti (Vaghe stelle dell'orsa), Fellini (Lo sceicco bianco), Antonioni ( Identificazione di una donna). Ma anche tante commedie di grande successo come Un americano a Roma (1954) di Steno, Pane, amore e fantasia (1953) di Luigi Comencini, Totò, Peppino e i fuorilegge (1956). Nei primi anni Settanta, dopo il matrimonio col noto doppiatore Rinaldi, l'attrice abbandonò lo schermo, per ritornarvi nel 1997 con un piccolo ruolo in Tre uomini e una gamba, di Aldo, Giovanni e Giacomo. L’ultima sua apparizione la si deve a  Cristina Comencini, che l'ha chiamata per La bestia nel cuore,il più recente film italiano candidato all’Oscar. Come del resto lo era stato il suo film d'esordio.