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mercoledì 14 ottobre 2009

Recensione di TAKING WOODSTOCK

Dopo Lussuria Ang Lee torna in Occidente per raccontare l’evento rock più importante della storia: Woodstock. Lo fa proprio nel 40° anniversario di quel raduno e quindi sembrerebbe un progetto per omaggiare il grande festival. Ma non è affatto così: Lee esplora in realtà tutto quello che c’era al di là dell’evento rock, tutto tranne la musica, insomma. Questo è anche l’aspetto più curioso e divertente del film: un film su Woodstock senza quello per cui questa località è passata alla storia. Vediamo quindi il milione di giovani che si ritrovarono in questo posto sperduto per mettere in pratica la loro personalissima santa trinità: droga, sesso e rock’n’roll. In particolare seguiamo la vicenda (vera) di colui che rese possibile l’evento: un ragazzo ebreo succube della madre che grazie al movimento hippy ( e alla droga ) trova la forza di seguire la propria strada.
Ma se Ang Lee ci aveva abituati a stravolgere gli stereopi ( basta pensare ai cow boy gay di Brokeback Mountains) qui invece ne usa parecchi. Gli unici a non essere troppo stilizzati sono guarda caso gli omosessuali: il simpatico travestito Wilma ( un bravissimo Liev Schreiber) e il protagonista, che con molta naturalezza scopre la propria sessualità. Ma gli altri personaggi sono sempre a pochi passi dalla parodia (compreso il pur sembre bravo Emile Hirsch nei panni di un allucinato reduce di guerra).
E così l’evento musicale più grande della storia della musica è dipinto come un covo di drogati dediti al sesso promiscuo. Non aspettatevi dunque una grande colonna sonora o reincarnazioni degli idoli che infiammarono quel palco.
Rimane un film comunque gradevole che ci fa respirare l’aria (allucinogena) dell’epoca.
VOTO: 7

2 commenti:

  1. Non ricordo come sia arrivato al tuo blog. L'ho messo da un po' tra i preferiti e ogni tanto sbircio. :)
    Mi piace!
    Ciao ciao

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