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lunedì 12 dicembre 2011

Michelangelo Antonioni

Michelangelo Antonioni nasce il 29 settembre 1912 a Ferrara ed è morto a Roma il 30 luglio 2007.

Laureato in Economia all’Università di Bologna, scrive di cinema per alcune testate e frequenta poi il Centro Sperimentale di Cinematografia.

La sua prima attività nel mondo del cinema è come sceneggiatore in Un pilota ritorna di Roberto Rossellini, film bellico del 1942 con Massimo Girotti. L’anno seguente è aiuto regista di Marcel Carné, mentre il suo primo lavoro da regista è un corto le cui riprese durano più di due anni, Gente del Po.

Conosce Luchino Visconti, col quale inizia a collaborare a un paio di progetti mai andati in porto.

Nel 1947 firma la sua seconda sceneggiatura per un film di Giuseppe De Santis, Caccia tragica, anche questo con Massimo Girotti.

Per il suo film di debutto, chi dunque se non lo stesso Girotti come protagonista?

Il film in questione è Cronaca di un amore, datato 1950, che riprende il tentativo di Visconti (Ossessione) di importare il noir in Italia. Nel ’53 dirige due film, I Vinti e La signora senza camelie, scritto per Gina Lollobrigida che però rifiuta la parte, andata poi a Lucia Bosé. Nel 1952 Federico Fellini prende spunto da un suo corto per Lo Sceicco Bianco. Nel ’55 Antonioni dirige Le amiche, adattando Tra donne sole di Cesare Pavese, scrittore come lui particolarmente attento alla psiche e alle tematiche esistenzialiste.
Ciò è ancor più visibile nel dramma Il Grido del 1957, con Alida Valli, che getta i semi di quella che sarà la celeberrima tetralogia esistenziale con Monica Vitti, sua compagna: in 5 anni 4 film: L'avventura, La notteL'eclisse, Il Deserto rosso.
Diventato celebre in tutto il mondo (vincendo premi a Cannes, Berlino e Venezia), Antonioni intraprende una carriera internazionale sotto la guida del produttore Carlo Ponti, marito di Sophia Loren.

Arriva così un trio di pellicole internazionali di successo come Blow Up (1966), Palma d’oro a Cannes, Zabriskie Point (1970) e Professione Reporter (1975) col grande Jack Nicholson.

Le cose vanno diversamente quando torna a lavorare in Italia, dove il cinema è in crisi profonda: ad Antonioni, così come ad altri maestri in quegli anni (da Rossellini a Fellini) non rimane altro che la Tv, dove accetta di portare nel 1980 un’opera sperimentale, il Mistero di Oberwald, in cui torna a dirigere l’ex compagna e musa Monica Vitti. Nonostante le aspettative il progetto però non è del tutto riuscito.

Lo stesso vale per Identificazione di una donna, del 1982, in cui appare in tutta la sua irruenza un erotismo assai esplicito che diventerà sempre più esasperato nell’ultima parte della sua carriera.

Lo steso anno un ictus lo priva quasi del tutto dell’uso della parola e lo lascia paralizzato dal lato destro.

L’unico suo lavoro tra l’82 e il ’95 è il video di Fotoromanza di Gianna Nannini, del 1984.

Nel 1995 arriva l’Oscar alla carriera, dopo qualche nomination nei decenni precedenti e a Michelangelo torna la voglia di lavorare ancora: così, aiutato dall’ammiratore Wim Wenders gira Al di là delle nuvole, trascurabile dramma erotico ispirato alla sua bella raccolta di racconti Quel bowling sul Tevere.

Nel 2004 adatta un altro racconto, Il filo pericoloso delle cose, per un alto film ad altissimo tasso erotico dal non casuale titolo Eros. Purtroppo è l’ultimo film del maestro, che muore nel 2007, nello stesso giorno in cui è morto Ingmar Bergman, altro maestro fondamentale del cinema del Novecento.

È sepolto nella Certosa di Ferrara.

FILMOGRAFIA

 1950. Lucia Bosé e Massimo Girotti in CRONACA DI UN AMORE
1953. Lucia Bosé in LA SIGNORA SENZA CAMELIE
1957. Alida Valli in IL GRIDO
1960. Monica Vitti in L'AVVENTURA
1961. Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni LA NOTTE
 1962. Monica Vitti e Alain Delon in L'ECLISSE
 1964. Monica Vitti in IL DESERTO ROSSO
1966. Vanessa Redgrave in BLOW UP
1970. ZABRISKIE POINT
1975. Jack Nicholson e Maria Schneider in PROFESSIONE REPORTER
1980. Monica Vitti in IL MISTERO DI OBERWALD
 1982. Tomas Milian in IDENTIFICAZIONE DI UNA DONNA
1994. Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni AL DI LA' DELLE NUVOLE
1997. Luisa Ranieri in EROS

sabato 10 dicembre 2011

Film perso n°1 : Boris

BORIS
IL FILM
di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Italia, 2011
con Francesco Pannofino, Alesandro Tiberi, Pietro Sermonti, Carolina Crescentini, Antonio Catania


INCASSO ITALIANO: 1.120.000 €

Se ti piace guarda anche: Disastro a Hollywood, Generazione 1000 euro



Attesissimo dai fan della serie e non solo, quello che si può considerare uno dei primi lungometraggi cinematografici italiani tratti da una serie Tv, nonostante la fiducia dei distributori si è rivelato un grande fiasco.

Perché? Ovviamente l’unica risposta plausibile è perché si tratta di un film italiano di qualità.

Boris infatti, diretto da Ciarrapico, Vendruscolo e Torre, i tre sceneggiatori autori anche della fortunata serie Tv di Fox, mette in scena il mondo dei registi e degli sceneggiatori, raggruppando tutti i personaggi che compaiono regolarmente nella serie, diventati di culto a un piccolo pubblico di nicchia e ai critici che hanno apprezzato una delle serie italiane più innovative degli ultimi anni. Abbiamo così l’attrice cagna e zoccola Corinna (Carolina Crescentini), l’attore sfigato Stanis che per una parte è disposto a qualsiasi cosa (Pietro Sermonti),gli assistenti Alessandro (Alessandro Tiberi) e Arianna (Caterina Guzzanti) ,  il comico “Sti cazzi” Nando Martellone che ha un enorme successo con i suoi show nei palazzetti dello sport (il Massimiliano Bruno regista di Nessuno mi può giudicare) e tanti altri.

La trama del film ruota attorno al regista René Ferretti (Francesco Pannofino) che a un certo punto abbandona le riprese del telefilm su Ratzinger Giovane e dopo un periodo di crisi riesce a ottenere l’ingaggio per dirigere un film politico di denuncia, tratto da un bestseller. I produttori però si ritirano, per cambiare poi idea di fronte alla proposta di un cinepanettone. E così sia.

Irriverente, cinico, spietato nei confronti del mondo della tv e del cinema, Boris coglie nel segno, facendosi apprezzare dagli addetti al lavoro, letteralmente messi alla berlina, ma anche da un pubblico più vasto grazie alle trovate e alle battute esilaranti.
Evidentemente al cinema ci sono andati solo i fan della serie e nessun altro. Peccato. E per una volta non si possono incolpare i distributori che avevano dimostrato molta fiducia.

Scena cult: ce ne sarebbero tante, ma ricordo qui quella in cui René va al cinema ed è praticamente costretto a vedere Natale al Polo Nord, perché tanto non c’è nient’altro.

Di fronte alle volgarità sconcertanti del film rimane stupefatto ed è l’unico inorridito mentre la sala intera ride a crepapelle. Mi ha ricordato molto me stesso.

VOTO: 7

giovedì 8 dicembre 2011

menù di dicembre

Il mese di dicembre, come sempre, è dedicato alle classifiche di fine anno, ma anche alle recensione dei film passati inosservati e che secondo il sottoscritto andrebbero recuperati.


Come avrete notato poi, il look del blog è rimasto invariato: ciò è dovuto al fatto che l’icona cinematografica di dicembre sarà Antonioni e quindi questa immagine tratta da L’eclisse è più che mai pertinente.

Infine esce di scena la rubrica dedicata ai dischi, visto il poco successo raccolto e considerato che questo è un blog sul cinema.

Buona lettura!

mercoledì 7 dicembre 2011

Scialla! Un film da non perdere!

SCIALLA!
(STAI SERENO)
di Francesco Bruni,
Italia, 2011
con Filippo Scicchitano, Fabrizio Bentivoglio, Barbora Bobulova
Premio Controcampo Italiano alla Mostra del Cinema di Venezia, 2011.
Se ti piace guarda anche: Cosmonauta, Il primo giorno d'inverno, Fa' la cosa sbagliata, Caro Diario
In programmazione ancora in 121 sale


Il film si apre con Luca (Filippo Scicchittano),  è un ragazzo di quasi 16 anni che va malissimo a scuola (la foto qui a fianco illustra una sua lezione tipo), è totalmente privo di disciplina e sembra interessato solo all’hip hop e alla boxe. La madre gli paga delle lezioni private da un ex professore, Bruno (Fabrizio Bentivoglio), una sorta di Dude-Lebowski che passa il tempo in pigiama e che si è messo a fare il ghostwriter per le memorie di un ex pornodiva (Barbora Bobulova).
Ma quando Bruno scopre che Luca è in realtà suo figlio, tutto cambia…


Che l’esordiente regista Francesco Bruni abbia alle spalle un’importante carriera da sceneggiatore (tutti i Virzì, molti episodi di Montalbano) si vede benissimo poiché finalmente assistiamo a un film italiano ben scritto, senza cadute di ritmo o dialoghi e situazioni che gridano vendetta.
Tutto è naturale, spontaneo, come la recitazione dell’ottimo esordiente non professionista Scicchitano.
Le situazioni, i dialoghi, i tempi sono azzeccati, gli interpreti strepitosi: insomma una gradevolissima quanto eclatante sorpresa per il cinema italiano, giustamente premiata all’ultimo film di Venezia nella sezione Controcampo. Siamo di fronte a un film italiano che merita di essere lodato, amato e soprattutto guardato, anche se ciò, naturalmente non sta accadendo (anche se 2 milioni di euro per un esordiente italiano è comunque un dato quasi positivo).
Il termine commedia generazionale qui calza a pennello visto che il film offre uno sguardo sincero su due generazioni a confronto: quella disillusa e rassegnata che ha vissuto il ‘68 e ha visto concretizzarsi nella generazione successiva tutti i timori e gli ostacoli da combattere e quella dei giovani d’oggi che di ideali non ne hanno affatto (e neppure disciplina).

Una visione certamente parziale, ma lo è anche quella degli adolescenti italiani dipinti nella maggior parte delle nostre pellicole (ad eccezione di Cosmonauta o Il Primo giorno d’inverno, che consiglio di recuperare nonostante la difficile reperibilità). Per una volta infatti la vita del teenager non ruota interamente intorno alla perdita della verginità a o un lucchetto su un ponte.

E senza pedanteria, moralismi, volgarità o scene madri ricattatorie, il film è educativo, sociologicamente importante, divertente e in qualche modo commovente nella sua tenerezza di fondo. Perché questi due personaggi, non propriamente positivi, ma reali, innescano subito grande empatia con il pubblico e vorresti che le loro vicende non si concludano affatto dopo il film. Anzi. Qui una serie ci starebbe proprio, ma non di quelle poliziesche che piacciono tanto ai pischelletti e che quindi fanno soldi (così dice il personaggio di Vinicio Marchioni, star di Romanzo Criminale), ma una sugli adolescenti veri, perché non tutti sono tutti figli di Moccia o di Twilight.


VOTO: 8-

lunedì 5 dicembre 2011

La ragazza con la pistola

LA RAGAZZA CON LA PISTOLA

di Mario Monicelli

ITALIA, 1968

con Monica Vitti, Stanley Baker, Carlo Giuffré

Se ti piace guarda anche: Sedotta e abbandonata,  Matrimonio all'italiana


Assunta (Monica Vitti) è disonorata da Vincenzo ( Carlo Giuffré), “anche se lei di marmo è rimasta” e lo insegue fino a Londra per vendidare il suo onore.
A Londra dopo mille peripezie e dopo aver fatto innamorare un altro uomo (Stanley Baker) ritroverà Vincenzo, ma..

Il Mereghetti la definisce “commedia all’italiana pre-sessantotto”, ed è proprio vero che questo film è datato, soprattutto se confrontato con pellicole come Prima della rivoluzione che anticipavano di gran lunga il ’68.
Il Morandini invece la definisce una commedia all’italiana “con una bieca insistenza sui più vieti luoghi comuni sul sud”.
Ma allora perché tanto successo, e per lo più mondiale?
Il successo internazionale è facilmente comprensibile: agli stranieri piacciono questi italiani pittoreschi, uomini maschilisti d’onore e povere donne disonorate ma coraggiose, possibilmente calati in un ambiente di grande povertà ed arretratezza culturale ed economica. Sono passati più di 40 anni, ma questa è ancora la ricetta giusta per arrivare agli Oscar, basta vedere quello che è successo quest’anno con Terraferma, scelto come possibile candidato agli Oscar.
La ragazza alla pistola agli Oscar ci arrivò, con sdegno o perlomeno sorpresa di molti critici.
In Italia il film ebbe un enorme successo popolare, decretando la fama della Vitti come attrice comica. Dire però che è stato Monicelli a scoprire la vena comica dell’attrice è errato, visto che di commedie ne aveva fatte, come dimostrano La cintura di castità e Ti ho sposato per allegria, uscite l’anno precedente. È vero piuttosto che Monicelli trasformò la Vitti in un’attrice comica di successo. Ma se questo è un merito o una colpa non è mio compito decretarlo.

Di sicuro l’interpretazione della Vitti è come al solito irresistibile, nonostante una sceneggiatura debole e una durata eccessiva. Una meravigliosa fotografia e un ottimo montaggio riescono a dare comunque ritmo alla commedia e a restituire il fascino della colorata Swinging London degli anni ’60, passando pure per Bath. La parte inglese, insomma, è una sorta di tour dell'Inghilterra e un modo per ammirare la Vitti in innumerevoli cambi di look.




venerdì 2 dicembre 2011

Un Woody Allen ritornato alla magia di un tempo grazie alla fascino di Parigi

MIDNIGHT IN PARIS
di Woody Allen,
Usa/Francia, 2011
con Owen Wilson, Rachel MacAdams, Marion Cotillard, Michael Sheen, Corey Stell, Kathy Bathes, Lèa Seydoux, Carla Bruni
                                                
Se ti piace guarda anche: Manhattan, Vicky Cristina Barcelona, La rosa purpurea de Il Cairo, 2 giorni a Parigi

DATA DI USCITA ITALIANA: 2 DICEMBRE


Uno sceneggiatore hollywoodiano (Owen Wilson) è a Parigi con la fidanzata (Rachel MacAdams): lui un aspirante scrittore, sognatore e intellettuale, lei una donna pragmatica e viziata. Una notte, a mezzanotte, un’auto d’epoca porta il protagonista in un viaggio nel tempo, e per lui sarà l’inizio di una consuetudine che ripeterà per diversi giorni e che gli permetterà di capire molte cose. La trama l'avevo già anticipato nei dettagli a maggio, quindi non mi dilungo oltre.

Non è una storia particolarmente intricata o originale, la fotografia (del Darius Kondhj di Seven, La nona porta, Funny Games, Evita) è deliziosa ma non stupefacente, così come la colonna sonora. Ciò che parzialmente delude sono però la sceneggiatura e la direzione degli attori, più che ottime, ma essendo due arti in cui Allen ha eccelso era lecita aspettarsi di più.

Il film è scritto benissimo infatti, ma non ci sono battute fulminanti o particolarmente divertenti, come era successo per esempio in un film non troppo lontano come Basta che funzioni. E non c’è nessuna performance da Oscar nell’ultimo film del regista che ha fatto vincere il più alto numero in assoluto di premi ai propri attori. Eppure è tutto delizioso, piacevole, magico. Senza aver realizzato un capolavoro Woody Allen è riuscito in imprese difficili da trovare altrove: è stato in grado di raccontare il suo amore per Parigi, per la letteratura, per l’arte e per il cinema e ciò traspare da ogni inquadratura. In un anno in cui grandi maestri, più giovani di lui, hanno deluso (Almodovar, Cronenberg, Polanski, Von Trier), Allen dimostra ancora una volta grandissima vitalità nonostante l’età, riprendendo dal non riuscito Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Così, dopo un’amara tetralogia londinese e un caloroso inno alla vita ambientato a Barcellona, Allen firma un film ottimista tramite una lettera d’amore per una Parigi mai così da cartolina eppure tutt’altro che irritante o banale, perché Parigi è una cartolina, un posto magico in cui tutto può succedere. Come incontrare una serie di personaggi illustri del passato, da Hemingway (ottimo l'imponente Corey Stall), a Gertrude Stein (strepitosa Kathy Bates trilingue), Dalì (spassoso negli eccentrici panni di Adrien Brody), Picasso (Marcial Di Fonzo Bo ) e la sua amante Adriana, intepretata da una come sempre meravigliosa e radiosa Marion Cotillard, il cui sorriso è pura magia.
Tra gli attori anche Michael Sheen nei panni di un pedante americano e Carla Bruni, alla quale, a sorpresa, è affidata la battuta-summa del film:
Il fatto che Parigi esista e che qualcuno scelga di non viverci rimarrà sempre un mistero per me”.
 Impressionante la somiglianza della voce di Wilson con quella di Allen e ancor più impressionante che il regista abbia preteso o permesso che l’attore lo imitasse a tal punto per mettere in scena questo suo ennesimo alter-ego.
Geniale l’idea che il nostro protagonista dal futuro suggerisca a Buñuel la trama de L’angelo sterminatore, il tutto poi davanti a uno struzzo che rimanda a Il Fantasma della Libertà: una scena per intenditori che mi ha procurato pura goduria.
Dopo tanti anni passati a seguire il cinema di Allen, questo film sembra un dono che ha voluto gentilmente concedermi, in quanto in questa pellicola c’è quello che voglio, vorrei, sono e sogno e vedere tutto racchiuso in unico film è qualcosa di indescrivibile.
Come giudicare dunque un film così? Tecnicamente più che discreto, emotivamente da 10 e lode.

VOTO: 8

mercoledì 30 novembre 2011

The (LIKE A) VIRGIN Queen

ANONYMOUS
di Roland Emmerich
Germania, 2011
con Rhys Ifans, Vanessa Redgrave, Joely Richardson, Jamie Campbell Bower
Genere: film in costume inglese
Se ti piace guarda anche: L’altra donna del re, Elizabeth, The Tudors, Shakespeare in love, Stage Beauty
Attualmente in 226 sale italiane

TRAMA (CON SPOILER)


Elizabeth la Regina Vergine era in realtà una donna di facili e bizzari costumi che sfornò un gran numero di figli che allontanò, scopò e decapitò. Con uno di questi, tale conte di Oxford, ci fece pure un figlio. Sconvolto da una vita a tinte così forti, il povero figlio-amante di Elizabeth  si sfogò scrivendo decine e decine tra sonetti, tragedie e commedie, ma essendo un gentiluomo non poteva di certo firmarle e così si rivolse a un certo Ben Johnson affinché le pubblicasse a suo nome, ma questi fu fregato da un tale William Shake-speare (Rafe Spall, al cinema anche con One day), un analfabeta dedito all’alcool e alle prostitute.
Questa in breve la storia di una delle penne più amate e influenti della storia umanità, colui a cui si deve in un certo senso anche l’idea stessa di storia e quindi di cinema.

RECENSIONE

Ma non è il revisionismo che infastidisce, anzi, in fondo può essere curioso vedere rappresentati come vili e spregevoli personaggi come Elisabeth, Shakespeare e Marlowe: il problema è il modo in cui il regista tratta la materia. Non si capisce bene se a Emmerich piaccia Shakespeare o lo detesti, ma si capisce benissimo che coi film in costume non ha dimestichezza.
La ricostruzione di Londra è piacevole, le scene teatrali fedeli, alcune performance notevoli, ma in queste interminabili due ore e dieci minuti si salva davvero poco, tanto che la noia porta a invocare a gran voce la parola fine, finché, una volta usciti di sala rimane ben poco da ricordare.
Insomma siamo dalle parti del polpettone patinato revisionistico in stile L’altra donna del re, e anche qua l’aspetto più interessante è il cast: Ranessa Redgrave, sempre ottima, interpreta Elizabeth da vecchia, mentre la figlia Joely Richardson interpreta la regina da giovane. Per gli (le) amanti della saga di Twilight c’è da segnalare la presenza di due vampirelli: Jamie Campbell Bower (Conte di Oxford) e Xavier Samuel (Conte di Southtampton).
Insomma esattamente ciò da cui si poteva aspettare da un'operazione del genere.

VOTO: 5-