Un critico cinematografico di cui non riporto il nome ma semplicemente il quotidiano per cui scrive, ovvero Il Giornale, ha stilato la classifica del meglio e del peggio di quest'ultima stagione cinematografica. Classifica abbastanza stupida a mio avviso, dato che o si ragiona per annate o per stagioni (da settembre a luglio insomma). Comunque, per lui il film migliore uscito in Italia da settembre a oggi é Potiche di Ozon. Tra i peggiori, al numero 3 mette Inception di Nolan.
Io da fan di Ozon, ho trovato Potiche un'autentica delusione, mentre per quanto riguarda Inception devo dire che non mi ha fatto impazzire perchè non amo quel genere di film, ma ammetto che è un film grandioso. Ma chi sono io per criticare chi critica per mestiere? Io sono solo un piccolo blogger che esprime sentenze gratuitamente..
Dunque, da oggi comincia il countdown per scoprire quello che secondo il mio modestissimo parere è il meglio e il peggio di questo 2010 visto al cinema.
Si comincia dal peggio...
5. eclypse : me la sono proprio cercata!
4. Io, loro e Lara: mortacci!
3. Mangia, prega ama: e dormi!
2. Iron man 2 : cercavo l'ispirazione per scrivere una stroncatura
1. Maschi contro femmine - cercavo un modo per arrabbiarmi col cinema italiano e sono finito per arrabbiarmi con l'intero sistema..
A essere sinceri le posizioni 5, 4 e 3 sono film molto maldestri, ma non bruttissimi. In generale mi tengo alla larga da quello che è davvero brutto. Le altre due invece mi hanno fatto proprio arrabbiare: sono i classici film che secondo me sarebbe stato meglio non girare.
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mercoledì 29 dicembre 2010
Un bel film sulla parità dei diritti
WE WANT SEX
(MADE IN DANGENHAM)
di Nigel Cole, 2010, Uk
Le principale interpreti del film, fra cui la protagonista Sally Hawkins e Andrea Riseborough (che regge lo striscione), protagonista del nuovo film di Madonna.

L’ultimo film visto quest’anno si è rivelato assai piacevole: We want sex è infatti una bella commedia British socio-politica. Distribuita da Lucky Red che dopo il Mago della truffa partorisce un altro titolo scellerato e ingannevole: We want sex è lo storpiamento di We want sex equality, scritta che campeggia su un manifesto che le protagoniste mostrano durante uno sciopero. Da notare anche le due locandine a confronto: quella italiana è occupata da una Sex scritto a caratteri cubitali. Insomma, se il dramma carcerario-gay è stato presentato come una solita commedia alla Jim Carrey, a questa commedia di impegno sociale è stato dato il titolo di un film pruriginoso. Il titolo originale era Made in Dagenham, dove Dagenham è la località sede della più grande fabbrica inglese della Ford, che nel 1968 contava quasi 55.000 operai e 187 operaie. Queste ultime, sfruttate e costrette a ricevere salari che corrispondono alla metà di quelli degli uomini, di fronte all’ennesimo affronto decidono di scioperare per la prima volta nella storia. Lo sciopero continua a oltranza, perché una di loro si mette in testa che le donne devono essere pagate come gli uomini. La protagonista della vicenda è Sally Hawkins che porta ammirevolmente sullo schermo un personaggio inventato con cui lo spettatore può entrare in empatia. Lo storico sciopero del '68 portò le eroine della fabbrica a un incontro con il Ministro del Lavoro Barbara Castle (interpretata da Miranda Richardson) che diede come frutto un decreto legge che stabiliva la parità salariale delle donne. In realtà la protesta non ebbe una vera e propria leader ma fu un movimento ancora più compatto. Il regista ha preferito però per non fare un film corale e dare risalto al personaggio della Hawkins, simbolo di donna forte e indipendente che non ha avuto i mezzi per studiare ma ambisce al diritto di lavorare e guadagnare come un uomo. A farle da contraltare il personaggio rappresentato da una sempre più radiosa Rosamunde Pike, donna istruita ma costretta a far da obbediente casalinga dal ricco marito.Il regista Nigel Cole, reduce da diversi successi (L’erba di Grace, Calendar Girls), costruisce un’altra storia al femminile in cui commedia e impegno sociale si mischiano alla perfezione.
VOTO: 7+
martedì 28 dicembre 2010
La cultura non dà da mangiare
Quello che si sta per concludere è stato probabilmente l’anno più devastante per la nostra cultura, il che è molto triste per una nazione che ha basato la sua gloria su pittori, architetti, scultori, musicisti, chef e in decenni più recenti si è contraddistinta pure nella moda, nelle automobili e nel cinema. Tutta arte, cioè cultura. Una cultura che ha dato da mangiare al nostro popolo per secoli, ma oggi non più.
Ora l’Italia punta su altro e purtroppo la cultura non dà più da mangiare.
Si è creato un ministero per il Turismo, il che potrebbe rivelarsi positivo. Ma i fondi per la cultura per il momento sono ancora a livelli record (in negativo).
Eppure la speranza è l’ultima a morire.
Il principale veicolo di diffusione di cultura, la Tv, quest’anno ha fatto qualcosa. In passato, già la volgarizzazione della Divina Commedia da parte di Benigni è stata un atto di buon gusto da parte della Tv di Stato, ma quest’anno la Rai ha fatto molto di più, riportando la cultura in Tv, in prima serata.
Vieni via con me, al di là delle polemiche di natura politica e le discussioni sulle capacità di conduttore dello scrittore Saviano, resta una coraggiosa risposta a un palinsesto desolante e superficiale. Poco importa se si trattasse di un programma di parte: il pubblico italiano non può che essere grato a questo concentrato di serietà e riflessione nella giornata che apparteneva alla vacuità assoluta del Grande Fratello. E la cosa più soddisfacente è che quest’ultimo è stato battuto miseramente, segno che forse qualcosa sta cambiando e che non tutta la gioventù ha come obiettivo principale quello di diventare opinionisti, ragazzi immagine, calendar girls, veline o escort. Forse esistono anche altre carriere possibili. Forse si può ragionare sulla realtà in cui viviamo e sul fatto che la maggioranza del pubblico italiano abbia guardato un programma di minoranza, cioè di opposizione, condannato dal governo.
Ma un’altra notizia per cui complimentarsi alla Rai è la scelta di trasmettere il teatro in prima serata sul principale canale, Raiuno. Dopo 33 anni di assenza, il teatro non solo è tornato in Tv ma ha anche raccolto un inaspettato, grandissimo successo di pubblico con la messa in onda di Filumena Marturano. Segno che forse la cultura e il coraggio di investirvi, paga ancora.
Con la speranza che il 2011 porti altre iniziative simili.
Ora l’Italia punta su altro e purtroppo la cultura non dà più da mangiare.
Si è creato un ministero per il Turismo, il che potrebbe rivelarsi positivo. Ma i fondi per la cultura per il momento sono ancora a livelli record (in negativo).
Eppure la speranza è l’ultima a morire.
Il principale veicolo di diffusione di cultura, la Tv, quest’anno ha fatto qualcosa. In passato, già la volgarizzazione della Divina Commedia da parte di Benigni è stata un atto di buon gusto da parte della Tv di Stato, ma quest’anno la Rai ha fatto molto di più, riportando la cultura in Tv, in prima serata.
Vieni via con me, al di là delle polemiche di natura politica e le discussioni sulle capacità di conduttore dello scrittore Saviano, resta una coraggiosa risposta a un palinsesto desolante e superficiale. Poco importa se si trattasse di un programma di parte: il pubblico italiano non può che essere grato a questo concentrato di serietà e riflessione nella giornata che apparteneva alla vacuità assoluta del Grande Fratello. E la cosa più soddisfacente è che quest’ultimo è stato battuto miseramente, segno che forse qualcosa sta cambiando e che non tutta la gioventù ha come obiettivo principale quello di diventare opinionisti, ragazzi immagine, calendar girls, veline o escort. Forse esistono anche altre carriere possibili. Forse si può ragionare sulla realtà in cui viviamo e sul fatto che la maggioranza del pubblico italiano abbia guardato un programma di minoranza, cioè di opposizione, condannato dal governo.
Ma un’altra notizia per cui complimentarsi alla Rai è la scelta di trasmettere il teatro in prima serata sul principale canale, Raiuno. Dopo 33 anni di assenza, il teatro non solo è tornato in Tv ma ha anche raccolto un inaspettato, grandissimo successo di pubblico con la messa in onda di Filumena Marturano. Segno che forse la cultura e il coraggio di investirvi, paga ancora.
Con la speranza che il 2011 porti altre iniziative simili.
lunedì 27 dicembre 2010
Film perso n°4
HOWL - URLO
di Rob Epstein e Jeffrey Friedman
USA, 2010
Da recuperare perché:
- il film unisce due componenti che a scuola avremmo visto volentieri insieme: la didattica e la fantasia.
- testimonia un’importante vittoria storica nei confronti della repressione morale
TRAMA
Nel 1957 l’editore Laurence Ferlinghetti viene processato per oscenità in seguito alla pubblicazione di una raccolta di poesie scritte da un esordiente. La raccolta si chiamava Howl (ululato, in italiano tradotto con Urlo) e l’aspirante poeta era Allen Ginsberg. Alla fine l’editore venne assolto (non è uno spoiler, è la storia!) con una frase da riportare:La vita non può essere contenuta in uno schema in cui tutti agiscono nello stesso modo conformandosi a un modello precostituito.
Ginsberg (James Franco) fu esponente di spicco della Beat Generation e amico di tutti i membri catalogati in questa corrente, da Jack Kerouac (Todd Rotondi), sua “musa”, a Neil Cassidy (Jon Prescott), con cui ebbe una travagliata storia d’amore durata quasi vent’anni tra alti e molti bassi. Ma la storia della sua vita fu quella con Peter Orlovskj (Aron Tveit) col quale rimase legato per 40 anni e il quale è scomparso pochi mesi dopo la premiere del film al Sundance.
Ma non è un film sulla sua vita sentimentale, alla quale viene dato peraltro pochissimo spazio: l’obiettivo è molto più ambizioso e consiste nello trasporre in immagini i versi del poeta. Tra un verso e l’altro c’è anche la ricostruzione del processo e di un’intervista che offrono un ritratto dell’uomo. L’originalità della pellicola sta nel dare vita alla poesie attraverso sequenze animate ispirate ai fumetti Illuminated Poems con cui Eric Drooker illustrò alcune opere di Ginsberg e ad alternarle al biopic e al court-drama: tre film in uno che raggiunge a malapena la durata minima concessa (80 minuti), per lo più ripetendo diverse volte alcuni versi, per inculcarli nelle teste degli spettatori. L’impressione è quindi che i registi abbiano voluto creare un’opera fortemente divulgativa e allo stesso tempo artistica.
Ma non è un film sulla sua vita sentimentale, alla quale viene dato peraltro pochissimo spazio: l’obiettivo è molto più ambizioso e consiste nello trasporre in immagini i versi del poeta. Tra un verso e l’altro c’è anche la ricostruzione del processo e di un’intervista che offrono un ritratto dell’uomo. L’originalità della pellicola sta nel dare vita alla poesie attraverso sequenze animate ispirate ai fumetti Illuminated Poems con cui Eric Drooker illustrò alcune opere di Ginsberg e ad alternarle al biopic e al court-drama: tre film in uno che raggiunge a malapena la durata minima concessa (80 minuti), per lo più ripetendo diverse volte alcuni versi, per inculcarli nelle teste degli spettatori. L’impressione è quindi che i registi abbiano voluto creare un’opera fortemente divulgativa e allo stesso tempo artistica. Dietro a quest’opera di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, entrambi registi di alcuni documentari divulgativi a tematica gay e il primo pure premiato con l’Oscar per un documentario su Harvey Milk c’è pure Gus Van Sant come produttore esecutivo.
Complessivamente Howl è un film interessante dal punto di visto visivo, con ottimo montaggio e fotografia, belle musiche non originali (Gershwin) e un adeguato protagonista. Che il film cada spesso nel didascalico è allo stesso tempo suo pregio e difetto, nonchè suo scopo. Se 50 anni fa Ginsberg scioccava l’America oggi questo film sulla sua opera andrebbe mostrato nelle scuole.
VOTO. 7+Incassi italiano: 230.000
Incasso Usa: addirittura meno!
Gli originali e gli attori..
mercoledì 22 dicembre 2010
Film perso n°3
IO SONO L'AMORE
di Luca Guadagnino,
Italia, 2010
Washington Post
È quello che penso anch’io. Io sono l’Amore andrebbe studiato e approfondito con saggi, articoli e quant’altro perché la sua carica visiva debordante ne fa uno dei migliori esempi del potenziale del cinema italiano dell’ultimo decennio. E sottolineo potenziale perché il film di Guadagnino non è un’opera perfettamente compiuta, ma indubbiamente un lavoro che va ricordato, a differenza di quanto è stato fatto dalla stampa italiana.
Tre significative scene del film
Valerio Parenti, Edoardo Gabbriellini e Tilda Swinton in cucina
Tilda Swinton cammina sui tetti del Duomo di Milano mentre riflette sull'omosessualità della figlia
Tilda Swinton all'interno della Chiesa del Cimitiro Monumentale di Milano dopo aver rivelato il proprio adulterio
La frase nessun è profeta in patria è sempre di grande attualità in Italia: ogni stato democratico darebbe grande risalto alla notizia della vittoria di una Palma d’oro da parte di un proprio connazionale e ne farebbe anche motivo d’orgoglio. Qui da noi si è preferito censurare la vittoria di Elio Germano solo perché simpatizzante per l’opposizione. Non ci sono invece ragioni politiche dietro alla misteriosa sorte di Io sono l’amore, per lo più stroncato dalla critica nazionale (a parte Ciak, Film.tv e pochi altri) e osannato invece da quella straniera.
La critica italiana forse non ha perdonato a Guadagnino il famigerato Melissa P. Negli USA invece, dove i trascorsi del regista erano sconosciuti, il film è stato accolto come un capolavoro, ottenendo, su rottentomatoes (sito che converte in numeri i pareri della critica) la sbalorditiva percentuale dell’83% contro l’87% di Inception, tanto per fare un paragone. Io sono l’amore è bello quanto Inception? Un film italiano può essere bello quanto quel capolavoro americano? Impossibile da concepire, ma sembra proprio così. Eppure noi italiani preferiamo i film statunitensi e viceversa, tanto che qui tutti hanno parlato di Inception e praticamente nessuno si è accorto di Io sono l’amore.
La critica italiana forse non ha perdonato a Guadagnino il famigerato Melissa P. Negli USA invece, dove i trascorsi del regista erano sconosciuti, il film è stato accolto come un capolavoro, ottenendo, su rottentomatoes (sito che converte in numeri i pareri della critica) la sbalorditiva percentuale dell’83% contro l’87% di Inception, tanto per fare un paragone. Io sono l’amore è bello quanto Inception? Un film italiano può essere bello quanto quel capolavoro americano? Impossibile da concepire, ma sembra proprio così. Eppure noi italiani preferiamo i film statunitensi e viceversa, tanto che qui tutti hanno parlato di Inception e praticamente nessuno si è accorto di Io sono l’amore.Così il film di Luca Guadagnino è stato distribuito in una trentina di sale, incassando 450.000 risibili euro e ottenendo critiche piuttosto fredde.
Questa nomination è proprio meritata perché Guadagnino firma un’ambiziosissima, perfino sfacciata rilettura di temi viscontiani, trasformando Milano in uno sfondo assolutamente indimenticabile, impresa finora compiuta solo da Antonioni e facendoci innamorare di una villa milanese assolutamente da visitare.
Non è né scontato né azzardato chiamare in causa Visconti perché questo ritratto di famiglia in un interno mette in scena una situazione familiare non molto diversa da quella de La Caduta degli dei con la stessa maniacale cura per i dettagli (architettonici, scenografici, ambientali), l'uguale compiaciuta decadenza e un' opulenza visiva che si trasforma in un atto d’accusa nei confronti di una classe morente.
Insomma quaranta anni dopo la ricca borghesia non è ancora morta ma un altro regista è pronto a immortalarne la caduta, aggiungendovi un elemento nuovo e interessantissimo. La ricca borghesia o aristocrazia dipinta dai film di Visconti era in crisi perché chiusa in se stessa e incapace di guardare fuori e avanti. Qui la ricca dinastia è in crisi anche perché capace di guardarsi intorno.
La figlia (Alba Rohrwacher) trova a Londra una serenità (di tipo sessuale) che a Milano probabilmente non potrebbe avere. Emma (Tilda Swinton), sulla via per Nizza si ferma a Sanremo e vi ritrova se stessa nella chiesa ortodossa e nella relazione con il coetaneo del figlio. La bellissima, gelida Milano imbiancata dalla neve sembra aver paralizzato per anni le vite delle due donne.
Nulla di nuovo insomma e raccontato neppure troppo bene: la sceneggiatura (alla quale collabora anche Ivan Cotroneo) si macchia di un’ultima parte da dimenticare in cui pare che gli stessi autori non sappiano più come gestire il proprio racconto dopo che si è raggiunto il climax. Perché una donna che trova la serenità nell’adulterio deve essere per forza punita dal destino? Espediente romanzesco troppo inflazionato per poter essere apprezzato. Ma Io sono l'amore si fa amare per altre doti.
La forza del film sta nelle interpretazioni, nelle musiche e nella fotografia. La straordinaria protagonista inglese Tilda Swinton che parla un perfetto italiano con perfetto accento russo si sarebbe meritata maggiori premi di un Nastro d’argento. Notevole però tutto il cast: l’oramai onnipresente Alba Rohrwacher, presente in due dei migliori titoli italiani dell’anno, la meravigliosa Diane Fléri e l’intenso Flavio Parenti provenienti da una serie Tv come I liceali, il redivivo Edoardo Gabriellini (che dopo Ovosodo si era un po’ perso) e la rediviva e tiratissima Marisa Berenson (che gaurdacaso Visconti voleva vedere maritata col suo Helmut Berger).Le splendide musiche del premio Pulitzer John Adams (anche autore di alcuni brani di Shutter Island) scandiscono la narrazione del film più di qualsiasi scena madre o battuta. Infine la fotografia di Yorick Le Saux (collaboratore di lunga data di François Ozon): barocca, straripante, ossessiva, da odiare o amare. Stesso vale per il montaggio. Personalmente io prediligo le fotografie e le musiche invasive quello che invece di registrare i fatti, fanno parlare le immagini e i dettagli. Qui ogni immagine diventa viva e magica: le statue, gli insetti, i particolari scenici.
E a proposito di scenografie e arredi, come non citare la coprotagonista di questa vicenda, l'elegantissima Villa Necchi Campiglio di via Mozart a Milano (sede di due musei), edificio razionalista e costruito quindi in pieno Fascismo. Non è un caso che in una breve dialogo si parli della collaborazione tra la famiglia e il regime, cioè quel sistema che incarnava un po’ gli ideali di una famiglia che Emma e due dei suoi figli sembrano non riuscire più a rispettare.Manierista, patinato, melodrammatico, sfacciato? Sì.
Ma anche
un film barocco che sorprende, coinvolge e affascina grazie a una fotografia e delle musiche insinuanti e traboccanti. Da odiare o amare. Io l' ho amato perché mi ha fatto scoprire un regista dal talento visivo invidiabile e perché mi ha fatto aggiungere una tappa obbligatoria alla mia prossima visita a Milano.
un film barocco che sorprende, coinvolge e affascina grazie a una fotografia e delle musiche insinuanti e traboccanti. Da odiare o amare. Io l' ho amato perché mi ha fatto scoprire un regista dal talento visivo invidiabile e perché mi ha fatto aggiungere una tappa obbligatoria alla mia prossima visita a Milano.VOTO: 7/8
Incasso italiano: 450.000 euro
Se ancora non siete convinti, ecco qua le recensioni delle principali testate statunitensi (mica bruscolini):
“A stunning achievemt”
Variety
“Elegantly directed and exquisitely photographed, the movie is a triumph”
New York Observer
“Elegant Italian drama about the suffocating power of family, wealth, and tradition”
Chicago reader
lunedì 20 dicembre 2010
Il primo giorno d'inverno
Quella di domani sarà la notte più lunga della notte, perché domani è il primo giorno d'inverno.
Per l'occasione Mymovies propone alle 21:30 lo streaming di un film intitolato appunto Il primo giorno d'inverno, diretto da Mirko Locatelli.
Si tratta di uno dei belli & invisibili dell'anno scorso, da me inserito nei titoli da recuperare nel post che potete leggere qui. Un film sull'incomunicabilità, il disagio giovanile e il bullismo.
Da non perdere!
Ecco il link sul quale iscriversi per poterlo vedere
http://www.mymovies.it/live/ilprimogiornodinverno/
Per l'occasione Mymovies propone alle 21:30 lo streaming di un film intitolato appunto Il primo giorno d'inverno, diretto da Mirko Locatelli.
Si tratta di uno dei belli & invisibili dell'anno scorso, da me inserito nei titoli da recuperare nel post che potete leggere qui. Un film sull'incomunicabilità, il disagio giovanile e il bullismo.
Da non perdere!
Ecco il link sul quale iscriversi per poterlo vedere
http://www.mymovies.it/live/ilprimogiornodinverno/
sabato 18 dicembre 2010
Film perso n°2
Premio Organizzazione Cattolica internazionale per il cinema
Premio Unione degli atei e degli Agnostici Razionalisti
1) affronta il modo del tutto inedito un argomento molto delicato
2) fa riflettere su una realtà che al cinema raramente trova spazio

Si astengano coloro hanno detestato Somewhere, anche se qui il tema è più condivisibile: se provare pietà per un divo ricco e bello che si piange addosso non era facile, lo è molto di più quando assistiamo alla storia di una giovane donna completamente immobilizzata su una carrozzina. Al vincitore di Venezia di quest'anno lo accomuna l'incedere lento, la trama scarna e un' allure pretenziosa che a volte può infastidire ma a cui va riconosciuto uno stile molto personale e il tentativo di mostrare una realtà diversa.
La medicina la smonta subito dicendo che può essere un miglioramento passeggero, ma più passa il tempo più la parola miracolo si fa adeguata, anche se l'unico riconoscimento che riceve è una statuina della Madonna per essere stata "la miglior pellegrina dell'anno", come se il suo miracolo fosse il risultato di una gara. La donna torna a sorridere e vuole assaporare tutto quello che le è stato tolto: bacia il suo poliziotto (un sempre gradito Bruno Todeschini) e balla con lui in una serata a lei dedicata.
Premio Unione degli atei e degli Agnostici Razionalisti
Se vi sembra impossibile che un film possa aver vinto entrambi i premi vi sbagliate, perché Lourdes riesce nella miracolosa impresa di mette d’accordo tutti, credenti e non.
LOURDES
di Catherine Hausner,
Frania, Austria, 2009
Da recuperare perché:
1) affronta il modo del tutto inedito un argomento molto delicato
2) fa riflettere su una realtà che al cinema raramente trova spazio
3) è una delle sorprese del penultimo Festival di Venezia dove ha vinto anche il Premio della giuria internazionale

Si astengano coloro hanno detestato Somewhere, anche se qui il tema è più condivisibile: se provare pietà per un divo ricco e bello che si piange addosso non era facile, lo è molto di più quando assistiamo alla storia di una giovane donna completamente immobilizzata su una carrozzina. Al vincitore di Venezia di quest'anno lo accomuna l'incedere lento, la trama scarna e un' allure pretenziosa che a volte può infastidire ma a cui va riconosciuto uno stile molto personale e il tentativo di mostrare una realtà diversa.Lourdes, in uno dei tanti ostelli per pellegrini, una giovane donna di nome Christine (Sylvie Testud) colpita da una sclerosi a placche che l’ha condannata a vivere in carrozzella, muove solo gli occhi: ma quanta vivacità in quello sguardo! -Se non andassi ai pellegrinaggi sarei sempre chiusa in casa- risponde alla volontaria che l’accudisce (Léa Seydoux, l’anno scorso diretta da Tarantino e l’anno prossimo da Allen).
Poi d’un tratto, la donna si alza e cammina.
La medicina la smonta subito dicendo che può essere un miglioramento passeggero, ma più passa il tempo più la parola miracolo si fa adeguata, anche se l'unico riconoscimento che riceve è una statuina della Madonna per essere stata "la miglior pellegrina dell'anno", come se il suo miracolo fosse il risultato di una gara. La donna torna a sorridere e vuole assaporare tutto quello che le è stato tolto: bacia il suo poliziotto (un sempre gradito Bruno Todeschini) e balla con lui in una serata a lei dedicata. Finalmente non è più oggetto di sguardi pietosi. Il compatimento si tramuta in invidia e pettegolezzo: perché proprio lei che è alla sua prima visita a Lourdes? Perché si lascia andare a comportamenti così poco religiosi come i baci e la danza? Ecco che appena inciampa la sua compagna di stanza appare con una carrozzella, come se non aspettasse altro e la giovane miracolata, chissà perché, accetta di sedervisi nonostante riesca benissimo a stare in piedi.
Il film finisce così, non rivelando se quello di Christine è un miracolo o un miglioramento passeggero. Il dubbio era già stato suggerito da due pie pellegrine che all’inizio parlavano di un uomo guarito per pochi giorni.
Tutto e tutti ci fanno pensare che Christine è condannata a tornare allo stato di disabile dopo il suo effimero momento di gloria, eppure noi spettatori non lo sapremo mai.
Il pregio del film è di raccontare questa sagra del Kitsch e del mercato religioso in maniera elegante e distaccata. Il tono raffreddato diventa ancora più efficace nel rappresentare queste storie dolorose senza mai indugiare sulla pietà dello spettatore. Il personaggio di Christine riunisce un misto di pietà e ironia che permette di affrontare in maniera più distesa il dramma che porta. La straordinaria perfomance dell’attrice Sylvie Testud è stata meritatamente premiata con l’European Film Award come miglior attrice dell’anno. Ai pregi del film si aggiunge anche la colonna sonora: tanto organo, l’Ave Maria di Schubert udita per due volte per intero e La Toccata e fuga di Bach. Spiazzante la scelta di concludere il film sulle note di Felicità di Albano e Romina, che però a ben gaurdare si adatta perfettamente a esprimere il desolante Kitsch da oratorio di questi ostelli per pellegrini.
VOTO : 7+
Incasso italiano: 250.000 euro
giovedì 16 dicembre 2010
Film perso n°1
Torna anche quest'anno la rubrica dedicata ai film belli ma invisibili passati immeritatamente in sordina nelle nostre sale. Film perduti nel circuito della nostra distribuzione, anzi persi, in omaggio al nome del blog ma anche perché me li sono appunto persi quando uscirono al cinema!
BROTHERHOOD-FRATELLANZA
(BROFERSKAB)
di Nicolo Donato
DA RECUPERARE perché:
1) ha vinto il primo premio in uno dei festival italiani più in vista
2) affronta tematiche sulle quali tutti dovrebbero riflettere
Davvero triste che il film vincitore del Marc’Aurelio d'oro alla Festa del Cinema di Roma sia stato distribuito pochissimo in estate inoltrata, condannandolo a un’invisibilità sicura.
Eppure la vittoria del film d’esordio del regista italo-danese 36enne Nicolo Donato, formato presso la vontrieriana Zentropa ha ottenuto una certa risonanza visto lo scottante tema trattato. Proprio per questo mi sarei atteso un grande scandalo tra la stampa conservatrice al momento dell’uscita, in modo da potergli garantire almeno un pizzico di successo di scandalo. Nemmeno quello. Il motivo è che fa paura all’opinione pubblica italiana pensare che tra i militanti di destra possa nascere un amore omosessuale. Nel film inoltre si tratta addirittura di due naziskin e non di due esponenti del Pdl!
Diciamo che questo film non è esattamente un capolavoro e forse al festival c’erano film migliori, ma il fatto che il pubblico gli abbia assegnato il primo premio è indice di un pubblico attento ai problemi delle discriminazioni e della xenofobia, nonostante la stampa faccia pensare al contrario.
Il film nasce in risposta alla proposta di legge del reinserimento dell’obbligo di servizio militare. Senza mezzi termini Donato suggerisce che la strada che porta un soldato ai raid notturni dei naziskin è breve. Violenza genera comunque altra violenza, insomma. Il percorso è strano e inverosimile, visto che prima il protagonista è del tutto contrario ai nazi e poi d’un tratto diventa uno di loro. Il fatto è, però, che questo nuovo membro, tanto stimato per le sue capacità e i suoi meriti, diventa bersaglio di disprezzo collettivo non appena viene smascherata la sua identità sessuale.
Per questo Brotherhood-Fratellanza merita di essere ripescato: mostra, pur con qualche sbavatura, una storia d’amore gay in un ambiente decisamente etero come lo era quello di Brokeback Mountains. Una storia d'amore nata in circostanze impossibili insomma. Recitato assai bene, incupito da una fotografia algida che sottolinea la freddezza dei rapporti umani all’interno del gruppo e accompagnato dalle buone musiche in gran parte composte dallo stesso regista. I personaggi appaiono assai sfocati, ma quel che conta è l’atmosfera, il messaggio.
Voto: 7+
Incasso italiano: 125.000 euro
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