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venerdì 14 giugno 2013

I GRANDI GATSBY

IL GRANDE GATBSY
(THE GREAT GATSBY)
di Jack Clayton,                                                          di Baz Luhrman,
USA, 1974                                                                   USA, 2013
con Robert Redford, Mia Farrow,                        con Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan,
Sam Waterson, Bruce Dern, Karen Black            Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher

 
                                                              


TRAMA
Nick Carraway è un modesto agente di borsa che arriva nei pressi di New York, dove abita anche sua cugina Daisy, e affitta un cottage nella proprietà del ricchissimo Jay Gatsby: un uomo misterioso che ogni settimana dà delle sontuose feste a cui partecipa tutta New York. Una sera Nick conosce Gatsby, che gli chiederà il favore di fargli incontrare la cugina, Daisy. Gatsby vuole infatti a tutti i costi riconquistare questa donna,  oggi sposata e un tempo suo amore di gioventù.
 
RECENSIONE
Innanzitutto si può dire che entrambi i film sono molto fedeli al celeberrimo romanzo di F. Scott Fitzgerald, ma pur presentando la stessa durata, quello di Luhrman si prende più libertà rispetto alla fonte letteraria, aggiungendo come prima cosa una cornice inedita, quella del flashback del narratore ricoverato in una clinica psichiatrica, e soprattutto, il regista australiano dilata di tempi dedicati agli sfavillanti festeggiamenti a scapito di alcuni snodi narrativi o dell’approfondimento di alcuni personaggi che ha preferito eliminare o limitare: è il caso del padre di Gatsby, qui assente, o del personaggio di Myrtle, notevolmente ridotto; così come è stata tagliata la relazione tra Nick e Jordan; infine manca un’ultima cruciale scena che nel film di Clayton dipingeva meglio il carattere di Daisy.
Le opere di Fitzgerald, uno degli autori letterari più importanti della letteratura americana, sono sempre risultate difficili da portare sullo schermo e nonostante lo sforzo di grandi registi, sceneggiatori e attori, gli adattamenti dello scrittore si sono sempre rivelate megaproduzioni curatissime ma poco emozionanti:  da L’ultima volta che vidi Parigi (1954, di Richard Brooks, con Elizabeth Taylor) fino a Gli Ultimi fuochi (1976, di Elia Kazan con Robert De Niro) risultano delle opportunità sprecate. Solo Luhrman è riuscito a restituire alle pagine di Fizgerald un vortice di immagini, emozioni, sogni e bassezze ben adattandole a un pubblico attuale.
Ma veniamo alla qualità delle due pellicole: ciò che la maggior parte della critica ha rimproverato al film di Luhrman era perfettamente riscontrabile nel film di Clayton: un sontuoso involucro che si rivela vuoto come il mondo che Fitzgerald voleva criticare, con personaggi che non convincono e non coinvolgono.
Qui al contrario, i personaggi di Fitzgerald tornano in vita: il Gatsby di DiCaprio è molto più vero di quello dell’ingessato Redford: si arrabbia, piange, si scompone e poi ricompone, e non smettere di credere nel suo sogno, coinvolgendo e convincendo lo spettatore. Anche il narratore-testimone di Nick Carraway qui si fa più interessante, grazie anche alla prestazione di un Tobey Maguire più espressivo del solito. Più difficile l’opinione su Daisy, personaggio ambiguo per eccellenza: qui umana, troppo umana grazie alla lacrimosa e sempre efficiente Carey Mulligan. La Daisy di Mia Farrow trasmetteva meglio la sgradevolezza del personaggio che Luhrman e il suo fidato sceneggiatore Craig Pearce hanno voluto, smorzare rendendo l’ossessione di Gatsby più comprensibile ma allo stesso tempo riducendo la feroce critica sociale di Fitzgerald.
Nella sceneggiatura dunque Craig Pearce e Luhraman battono nientemeno che Francis Ford Coppola, che ha recentemente dichiarato che Clayton non seguì per nulla la sua versione, DiCaprio & co; co battono Redford & co; co e poi c’è l’aspetto visivo e musicale, come sempre sfavillante in Luhrman. Meno Kitsch, barocco e originale rispetto ai suoi due titoli più famosi, il Grande Gatsby riesce comunque a creare un grande spettacolo per gli occhi in un tripudio di colori e un montaggio frenetico, che finisce per diventare a tratti perfino fastidioso con delle zoommate troppo repentine. Nulla a che fare con la versione patinatissima, leccata e lenta del film di Clayton.

Per quanto riguarda l'aspetto musicale, Luhrman straccia la colonna sonora jazz di Clayton on un mix anacronistico di jazz, hip hop, tecno e pop, non sempre riuscito e lontano dall'irripetibile Moulin Rouge!, ma comunque memorabile almeno nel brano che fa da leit-motiv del film, la sublime Young and Beauitful di Lana del Rey degno premio Oscar dell'anno prossimo.
Solo per quanto riguarda le location si può preferire la versione di trent’anni fa: decisamente meglio infatti le location reali rispetto all’opulente castello luhrmaniano creato interamente in post-produzione. Troppi sono gli elementi creati in post-produzione con effetti digitali da videogioco di serie B, ma nel guazzabuglio barocco di Luhrman sembra un difetto minore.
Curioso che, pur essendo ambientata a New York e dintorni, la versione del regista inglese fu girata in gran parte in Inghilterra, mentre Luhrman ha preferito girare molte riprese nella sua Australia.
Concludendo: la versione del 1974 appariva didascalica, troppo patinata e priva del respiro del romanzo di Fitzgerald, mentre Luhrman riesce a infondere nuova linfa al classico di Fitzgerarld.

VOTO VERSIONE 1974: 6                                            VOTO VERSIONE 2013: 8,5

martedì 17 gennaio 2012

What a SHAME

SHAME
di STEVE MCQUEEN
USA, 2011
con Michael Fassbender, Carey Mulligan
Genere: Porno-chic
 

ORA NELLE SALE ITALIANE

Se ti piace guarda anche: Shortbus, il Discorso del Re.



TRAMA (SEMISERIA)

Manco fosse l’uomo più figo del mondo, tutte le donne che Brandon (Michael Fassbender) incontra, vogliono andare a letto con lui. In metro, al bar, in ufficio, sono ovunque e tutte assatanate. Ma questo non gli basta: va con prostitute, guarda siti porno in ufficio e a casa e si masturba in ufficio.

Il dramma sorge quando irrompe a casa sua sorella Sissi (Carey Mulligan) e lui non può quindi più girare per casa col birillo al vento.



RECENSIONE SERIA

Steve McQueen racconta la storia di una dipendenza e lo fa con una trama che più classica e scontata non si può, con il protagonista che affonda sempre di più nel vizio finché un dramma non lo sconvolge. L’unico elemento originale della trama è che in realtà non c’è una vera svolta: il finale aperto non permette di sapere se c’è redenzione, se il dolore è causato da una presa di coscienza o dal dramma appena vissuto.

Non ci sono inoltre motivazioni dietro i comportamenti dei personaggi, di cui sappiamo davvero poco. I loro gesti e i loro corpi sono solo oggetti esposti allo spettatore per un’ipotetica riflessione che invece non si verifica, perché non c'è nessuna partecipazione emotiva. 

L’aridità emotiva del protagonista si riflette così anche nello spettatore, che non può provare empatia, ma non può provare in assoluto alcun sentimento, perché il film è gelido e formale come lo stesso Brandon.

Ma non c’è nemmeno un intento documentaristico o fenomenologico, in quanto la bella fotografia e l’aspetto patinato escludono subito questa ipotesi.

Il tutto è poi condito da simbolismi triti e ritriti, come la continua contrapposizione di Eros e Thanatos o il vuoto interiore riflesso nell’ambiente asettico.

E non aiuta l’erotismo esplicito, compiaciuto e freddo che dà al tutto un tono moralista.

Eppure lo Steve McQueen sceneggiatore (aiutato da Abi Morgan) mostra grande acume nell’elaborare gli scarni ma perfetti dialoghi di Brandon durante l’appuntamento con la collega, le uscite col capo o ancora gli scontri con la sorella.

Il vero talento dell’autore sembra dunque quello di tratteggiare situazioni quotidiane e ordinarie senza renderle banali, ma purtroppo si ostina a parlare solo di storie ben poco ordinarie, come accadeva anche nell’esordio Hunger. Nonostante gli elogi che la critica gli riserva, io ritengo che  non abbia ancora capito la sua vera strada.

Passo falso per la carriera, finora in incredibile ascesa, di Carey Mulligan che in ogni caso, con la sua bellissima interpretazione di New York New York dona al film un briciolo di cuore.

VOTO: 6
.

mercoledì 4 gennaio 2012

Migliori attrici del 2011: Prima parte

Dopo i migliori attori dell’anno, è arrivato il tempo di decretare le migliori attrici del 2011.

Ma qui è impossibile citare solo due nomi: il 2011 è stato infatti un anno al femminile, ricco di performance sorprendenti nonché di attrici che sono riuscite ad apparire anche in due o tre film di successo.

10. KIRSTEN DUNST: un grandioso ritorno in Melancholia, che l’è valso la Palma a Cannes. E nel 2012 la vedremo in molti nuovi film.


9. JODIE FOSTER: Carnage è Jodie Foster, semplicemente straordinaria in ogni scena e indubbiamente tra la cinquina delle migliori interpretazioni dell’anno. Meglio tralasciare il flop di The Beaver, che la vede attrice e regista.

8. MILA KUNIS: Sexy e ambigua nel magnifico The Black Swan, divertente e ancora sexy in una delle commedie americane più deliziose dell’anno, Amici di letto. Ci vorrebbe ora un bel ruolo da protagonista.

7. CAREY MULLIGAN: Probabilmente la più saggia attrice under 30 in circolazione: da 4 anni non sbaglia un colpo e quest’anno l’abbiamo vista nel cult Drive e in Non lasciarmi, in cui regge praticamente lei tutto il film

6.MARION COTILLARD la più straordinaria carriera di questo nuovo millennio: in una manciata d’anni la bellissima francese ha vinto un Oscar ed è stata diretta dai più grandi registi viventi: Tim Burton, Ridley Scott, David Lynch, Woody Allen, Christopher Nolan…Quest’anno ha riempito di magia Midnight in Paris, è apparsa in Contagion di Sodebergh, e nel grande successo francese Les petits mouchoirs, a gennaio (forse) nei nostri cinema, diretta dal marito Guillaume Canet che l’ha resa mamma qualche mese fa. E l’anno prossimo, ritorna Nolan..


mercoledì 6 aprile 2011

Non lasciarmi: la delusione della stagione

NON LASCIARMI
(NEVER LET ME GO)
DI MARK ROMANEK, UK2010,
Due bambine (Carey Mulligan e Keira Knitghtley) e un bambino (Andrew Garfield) frequentano un collegio inglese come tanti altri, o almeno è quello che credono finché una nuova insegnante (Sally Hawkins) non rivela che in realtà si tratta di una scuola per cloni destinati a diventare donatori di organi che dopo un paio di donazioni esauriranno il loro ciclo vitale. Nessuno di loro perciò arriverà all’età adulta. La docente viene subito licenziata dalla preside (Charlotte Rampling), ma ormai il danno è fatto. I tre protagonisti trascorreranno insieme gli anni dell’adolescenza, poi si divideranno per poi ritrovarsi al termine del loro compito. Nemmeno l’amore, tanto rincorso, sognato e sofferto, potrà salvarli.

Con un cast del genere, una storia simile, un regista tra i più visionari e soprattutto un romanzo di tanto valore e successo le aspettative erano giustamente alte, ma il risultato è l’ennesima trasposizione letteraria non riuscita, nonché il peggior film delle brevi e finora strabilianti carriere di Andrew Garfield e Carey Mulligan. Non che in questo film non recitino bene, anzi: Garfield riprende i toni drammatici di Parnassus- L'uomo che voleva ingannare il diavolo e soprattutto Boy A e dimostra ancora una volta di essere un ottime interprete. Lo stesso vale anche per la Mulligan, che dopo An education e Wall Street: il denaro non dorme mai offre un’altra intensa prova. Keira Knigthley continua ammirevolmente a distruggere l’immagine divistica che le hanno creato intorno, ma se continua a recitare solo in film piccoli e invisibili rischierà lei stessa di diventare invisibile. Sprecate le apparizioni della Rampling e della Hawkins recentemente ammirata nel buon We want sex.

I giovani e bravi protagonisti sono l’unico elemento positivo di un film per il resto trascurabile eppure inspiegabilmente osannato dalla critica statunitense. Servito da una pessima sceneggiatura che porta la firma dello scrittore e sceneggiatore Alex Garland, l’adattamento del celebre romanzo Never let me go di Kazuo Ishiguro, eletto dal Time miglior romanzo del 2005 dà vita a un film senza mordente e senza emozioni. Tante questioni non sono nemmeno accennate: come sono arrivati nel collegio i protagonisti? di quali persone sono cloni?, ecc. In fondo si potrebbe rispondere “chi se ne importa”, il cuore della storia è altrove e i buchi potrebbero essere colmati dal pathos della vicenda, peccato che gli unici ad emozionarsi sono questi cloni: Carey Mulligan piange divinamente e spesso, eppure non riesce a coinvolgere lo spettatore nel suo dramma. La sua travagliata storia con Tim, che viene annunciata con un’interminabile e superflua parte iniziale sull’infanzia e ostacolata da Ruth-Knitghtley, quando finalmente esplode ha a disposizione solo un paio di scene che deludono le aspettative dello spettatore a cui tanto era stato promesso fin dalle prime immagini.

Ma ciò che più infastidisce sono i dialoghi, del tutto didascalici e completamente inutili. Non ho letto il romanzo quindi non so a chi attribuire la colpa: al romanziere, allo sceneggiatore, all’adattatore italiano?

I colori e l’ambientazione sono azzeccati: ambientare quella storia di fantascienza in un tempo indefinito che sembra più vicino al passato che al futuro è un’idea vincente, ma ciò non basta a salvare un film senza alcun ritmo che lo fa apparire interminabile quando in realtà è brevissimo.

Per ultimo la fotografia: con una tale ambientazione e un regista del genere, i risultati potevano essere ben diversi. Le uniche inquadrature che vorrebbero essere poetiche (un uccellino su una teiera, una spiaggia al tramonto) risultano stucchevoli e pretestuose.

Dal visionario regista di videoclip inseriti nientemeno che nella collezione permanente del MOMA in quanto considerati autentici capolavori d’arte (Closer dei Nine Inch Nails e Bedtime Story di Madonna) era legittimo aspettarsi molto di più di una regia più che accademica. Anche se del resto già il primo film di Mark Romanek, One hour photo, si era rivelato molto meno interessante di quanto sembrasse.

Il punto di forza di Romanek sono infatti i video musicali: ne ha diretto alcuni molto interessanti per artisti importanti come Keith Richards, Mick Jagger, David Bowie, Lenny Kravitz, Rem, Beck, Johnny Cash e per ultimi i Coldplay. L’anno di svolta per lui fu il 1994, quando diresse Closer dei Nine Inch Nails, il cui contenuto però potrebbe impressionare qualcuno, e Bedtime Story di Madonna (a fianco), visionario e notturno, costato oltre 2 milioni di dollari e diventato il video più costoso di tutti i tempi. Ma per poco: infatti nel 1996 Romanek diresse il futuristico e spettacolare Scream di Michael e Janet Jackson, tutt’ora il più costoso in assoluto.

VOTO: 6-

sabato 8 gennaio 2011

2010: astri nascenti

 E ora un rapido occhio a quei volti che si sono fatti notare nel 2010 e che rivedremo nel 2011:

Carey Mulligan: An education, Wall street e prossimemente in NEVER LET ME GO

Andrew Garfield: da The Socila Network a SPIDER MAN e NEVER LET ME GO: sarà decisamente il suo anno.

Michelle Williams: da Shutter Island a BLUE VALENTINE e MY WEEK WITH MARILYN: è da anni che lo dico, ma forse questo sarà davvero l'anno in cui Michelle farà il botto

Mia Wasikowska: da Burton a VAN SANT a soli 20 anni..decisamente non male.
E  a questo punto, una carrellata dei titoli da me più attesi della nuova stagione:
BLACK SWAN, BLUE VALENTINE, NEVER LET ME GO, TOUS LES SOLEILS, IMPARDONNABLES, LA PRINCESSE DE MONTPENSIER

domenica 28 novembre 2010

Un affascinante film di denuncia e di attualità con ottime potenzialità risucchiate da debolezze di scrittura.

                                Wall street: Money never sleeps
                                    (Wall street: il denaro non dorme mai)
                                           di Oliver Stone, 2010



L’ex broker Gordon Gekko esce dal carcere dopo aver scontato la pena per frode. Nessuno lo attende all’uscita perché sua figlia lo reputa responsabile della morte del fratello. La ragazza, affermata blogger, è felicemente fidanzata con Jake, giovane azionista che contatta Gekko per capire cosa c’è dietro alla cospirazione che ha portato al suicidio il suo amatissimo capo. Gekko non solo è terribilmente in gamba, ma è pure talmente ricco da poter trasformare il sogno ecologico di Jake in realtà. La fidanzata gli dice di lasciarlo perdere, ma lui persegue..

Raramente un sequel ha davvero ragione d’esistere come in questo caso: Oliver Stone riprende il personaggio che portò all’Oscar Michael Douglas nel film del 1987 che aveva come co-protagonista un giovane Charlie Sheen al quale qui concede un cameo, e lo pone di fronte alla nuova Wall Street, quella del crollo delle borse dell’anno scorso.

Dunque anche se il suo è un ritorno alla fiction pura dopo i biopic storico-politci W., World trade center e Alexander, Stone non perde di vista l’attualità sociale e politica, riuscendo a incastrare e sfruttare a perfezione il dramma del crollo delle borse per mettere in moto il suo dramma filmico, diventando così il capostipite di una serie di lungometraggi che sicuramente popoleranno i nostri cinema negli anni a venire. Il film gli da modo anche di illustrare, in modo molto interessante, la politica anti-ambientalistica che regna nelle sfere alte. Nonostante siano passati più di venti anni, Douglas riesce magnificamente a rimettersi negli scomodi panni del suo personaggio privo di scrupoli. Ancora più negativo questa volta appare il personaggio interpretato da Josh Brolin (sotto), che trova il suo alter ego nel quadro di Goya con Saturno che ingoia il figlio (a fianco). Ma il vero protagonista è il sempre più lanciato Shia Le Boeuf, notevole a intermittenza. Nei panni della sua fidanzata, Carey Mulligan, anche lei sempre più lanciata (dopo An Education) e più brava. A buoni interpreti Stone unisce un grande senso del ritmo, una bellissima colonna sonora (con alcune canzoni dei Talking Heads già presenti nel film del 1987) e un’ottima fotografia. Peccato che la sceneggiatura, dopo una prima parte decisamente riuscita, inciampa più volte in troppi colpi di scena e un finale da dimenticare.

VOTO: 7

mercoledì 17 febbraio 2010

The importance of being educated



L’importanza di ricevere un’istruzione è il tema centrale del film e non molti film ne parlano così esplicitamente. Eppure il tema è di grande interesse, pure oggi che l’università sembra qualcosa di banale.
Non era così però per una ragazzina degli anni ’60 che poteva avere solo due prospettive: andare all’università o sposarsi. Jenny e i suoi genitori hanno credono nella prima ipotesi, anche perché la ragazza è sempre stata una studentessa modello.
Poco prima di compiere diciassette anni però, la ragazza conosce un uomo che ha il doppio della sua età e se ne innamora tanto da arrivare a dire davanti all’antipatica preside Emma Thompson che nella vita non conta avere una laurea se non si è avuto il tempo e la possibilità di vivere.
Per vivere Jenny intende divertirsi, andare a concerti, mostre, ristoranti. La giusta verità sta nel mezzo, ma la ragazza lo scoprirà a sue spese.
In sostanza il messaggio del film è che l’istruzione deve essere accompagnata da esperienze. E sul valore di questo connubio forse ancora oggi non si è riflettuto abbastanza.

Il film, diretto dalla larsvontrieriana Lone Scherfig, inizia in modo promettente e si risolleva nella parte finale. In mezzo ci sono pagine decorative superflue che ne fanno un film british indipendente gradevole e fresco, ma nulla che possa giustificare la nomination all’Oscar come migliore film dell’anno. Ancora di più considerando quanto sia raro che un film straniero riesca ad ottenere questa candidatura. Pure gli elogi che si è guadagnata la protagonista mi sembrano francamente esagerati. È vero che la sconosciuta Carey Mulligan, della quale in realtà ho già visto tutta la filmografia senza conoscerla (Orgoglio e pregiudizio, Nemico Pubblico e Brothers) regge degnamente sulle spalle tutto il peso del film, ma mancano scene madri che possano giustificare una statuetta.
I grandi professionisti (Molina e la Thompson) sono rilegati in parti antipatiche, mentre viene concesso largo spazio ai giovani inglesi (il Domenic Cooper di Mamma Mia! e La Duchessa e la Rosamunde Pike del bellissimo Orgoglio e pregiudizio e del terribile the Libertine) e a Peter Sarsgaard (quello che faceva sesso con Liam Neeson in Kinsey). In ogni caso nessuno dei personaggi secondari a mio avviso è molto verosimile.
Un autentico e davvero incredibile successo per un film indipendente britannico che si è visto aprire le porte dorate di Hollywood.

VOTO: 6,5