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domenica 27 maggio 2012

Bentornata Regina!

REGINA SPEKTOR
What we saw from the cheap seats
DATA DI USCITA: 27 MAGGOO 2012  
Se ti piace ascolta anche: Tori Amos


Regina solo di nome perché purtroppo la Spektor non ha ancora ottenuto il successo che si merita.
Arrivata al sesto album in 11 anni, la cantautrice e pianista russa ritorna a tre anni dal bellissimo Far che la consacrò negli States dove riuscì ad arrivare addirittura alla terza posizione.
Nel resto del mondo però la Spektor rimane confinata alla scena indipendente e in Italia è sconosciuta ai più, nonostante le sue canzoni si siano fatte sentire in diversi film (Beastly, (500) giorniinsieme, Amore e altri rimedi, Le Cronache di Narnia, In Bruges) e serie tv (Boardwakl Empire, Grey’s Anatomy, E alla fine arriva mamma!, CSI).
Che questa sia la volta buona? Francamente ne dubito visto che All the rowboats, il singolo che anticipa l’album, cupo e bellissimo, non l’ha notato nessuno, americani compresi.
Speriamo che vada meglio col secondo adorabile singolo, Don’t leave me (Ne me quitte pas), rivisitazione della sua cover dell’omonimo pezzo di Jacques Brel. Una canzone allegra, ma non superficiale, perfetta anche per l’estate, ma un’estate con un po’ di sostanza.
Infatti questa nuova fatica conferma il grande talento di Regina Spektor, che ci regala dieci bellissime canzoni tra le quali nessuna è sacrificabile e tutte viaggiano (più o mneo) sullo stesso livello.
L’unico neo che le si può rimproverare è l’eccessiva brevità del disco: 4 canzoni su 11 durano infatti meno di 3 minuti, ed è un vero peccato. Inutile dire che vale acquistare la versione deluxe.

VOTO:
Regina Spektor - All The Rowboats Lyrics

martedì 27 marzo 2012

Madonna non è morta

(...ma è agonizzante)
 MDNA 
MADONNA
Genere: dance, elettronica, pop

Quando la conobbi ero appena un ragazzino e lei una donna già matura, oggi io sono un adulto e lei è una ragazzina. Lei è Madonna, che segue leggi diverse rispetto il resto degli esseri umani. 
Dopo la più lunga pausa della sua intera carriera, che tra l'altro è coincisa con l'esplosione del fenomeno Lady Gaga, colei che è definita la Regina del pop è tornata per riprendersi il suo trono.
Ci è riuscita?
Considerando che il singolo Give me all your luving è stato uno dei suoi maggiori flop dal 1984 a questa parte la risposta pare essere no.

Per quanto riguarda il disco, c'è da dire che Madonna mette in tavola tutte le carte che hanno costruito il suo impero, mescolando così melodie e testi leggeri e orecchiabili, profondi e arrabbiati, sexy e provocatori. Diversamente dall'anonimo Hard Candy, qui i testi sono personalissimi e rivolti soprattutto all'ex marito Guy Ritchie, anche se non manca quale riferimento a rivali femminili (Gang Bang, Give me all your loving).
Il disco inizia così da dove finiva l'album Like a Prayer (1989), e cioè con l'Atto di dolore. Un atto di dolore a quanto pare non molto sentito visto che nella canzone (trascurabilissima e già datata) la cantante si descrive come una cattiva ragazza che vuole solo divertirsi. Madonna ribadisce il concetto anche in I'm a Sinner, dove dopo aver citato in maniera alquanto blasfema la Madonna e i santi, ammette di essere una peccatrice e che le piace così.
In Gang bang, su una tecno già sentita Madonna canta il suo testo più cattivo, destinato a diventare cult grazie a uno humour talmente nero e politcamente scorretto che pare provenire direttamente da un film di Tarantino: l'ultimo minuto del pezzo è poi un crescendo di rabbia davvero imperdibile.
I'm addicted e Some Girls sono due brani dance scatenatissima ma trascurabili, Turn up the radio, terzo singolo, è sempre dance, ma più solare, tanto da tornare ai tempi e alla spensieratezza di Holiday, il che oggigiorno è decisamente troppo. Così com'è troppo giovanilistica (abbiamo addirittura le cheerleader) Give me all your luving che vede Nicky Minaj e MIA in un brutto rap. Decisamente giovanlisitica, per non dire infantile, anche Superstar, di innegabile e trascinante allegria.  I don't give a.. vede la partecipazione di Nicky Minaj in un pezzo r'n'b canticchiabile dal testo personalissimo e duro in cui Madonna confessa la propria vulnerabilità e le proprie sconfitte in campo affettivo. Finalmente, giunti alla traccia numero 9 si raggiunge un po' di sostanza anche nelle musiche, grazie a William Orbit che con I'm a Sinner firma un brano accattivamente, orientaleggiante e a tratti ipnotico, ma purtroppo troppo simile ai suoi lavori precedenti (la basa iniziale è identica a quella di Amazing del 2000, poi il sound diventa quello di Beautiful Stranger del 1999 e infine c'è pure la chitarra di Ray of light del 1998..).
Del tutto inaspettato è il banjo che introduce Love spent, sostituito da violini  elettronici: peccato che arrivi poi la solita electro dance. Nonostante il ritrmo veloce c'è però una malinconia crescente ad accompagnare un testo che non si dimentica : I Want You To Hold Me Like You Hold Your Money
(...) Love Spent, Feeling Love Spent
Yeah I'm Love Spent, Wondering Where The Love Wentl.
Arriviamo poi alla prima ballad, Masterpiece, già vincintrice di un Golden Globe: testo ricco di un pathos e di un sentimento che non si sente in questa canzone elegante ma freddina.
Eccoci così catapultati nel gran finale, che come da 22 anni a questa parte, per qualche strano motivo, è sempre il migliore brano dell'album. Grazie a William Orbit e Joe Henry, Falling Free raggiunge vette emotive e musicali notevoli, grazie ad atmosfere eteree e sospese in cui si mescolano le sonorità di Ray of Light e le estensioni vocali mostrate da Madonna in Evita. E in questa malinconica chiusura c'è anche l'addio all'ex marito, in quel "now we're both free to go".

La Versione Deluxe è comunque imprescindibile perché mostra una Madonna ancora più sfaccettata, con Beautiful Killer, piacevolmente retro e fresca allo stesso tempo,  la malinconia I F___ ked up, che assieme a Best Friend (che sembra provenire da un album delle Tlc e assomiglia molto a Baby that's not me di Jennifer Lopez) parla ancora della fine del suo matrimonio. E per finire c'è il delizioso divertissement con MIA in B-day song, inspiegabilmente non finito nella versione standard benché superiore al featuring con Nicky Minaj.

Insomma  Madonna ci dice che vuole rimanere giovane e vuole divertirsi, e non ha alcuna intenzione di diventare una tranquilla signora.
Sexy, provocatoria, seria, stupida, blasfema: tutta Madonna in un disco che però rimane tra i suoi meno riusciti (forse addirittura il peggiore, ma è ancora presto per dirlo) e non vanta una serie di possibili hit come invece poteva avere il precedente, benché più anonimo, Hard Candy.
Qui mancano canzoni davvero degne di essere singoli e la scelta dei primi due singoli ben dimostra questo problema: fatto che nella carriera di Madonna non era mai successo. Infatti i suoi album o avevano singoli perfetti e brani riempitivi, o erano tutti dei possibili hit in cui c'era solo l'imbarazzo della scelta. Qui l'imbarazzo è di tipo differente.
Senza contare che una volta Madonna scopriva e lanciava nuovi talenti e ora invece si affida a dj che nel curriculum hanno un solo tormentone estivo. (Martin Solveig e i reggiani Benni e Alex Benassi)
VOTO: 6

martedì 28 febbraio 2012

Un disco da Oscar


 Le Voyage Dans La Lune 
AIR
Francia, 2012
Genere: ambient, electro-rock
Se ti piace ascolta anche: The dark side of the moon, The Virgin Suicides O.s.t., Congratulations

A 110 anni dall’uscita, Le Voyage Dans La Lune di Georges Méliès è al centro di un film e di un album: il film naturalmente è Hugo Cabret di Martin Scorsese, reduce dalla vittoria di 5 premi Oscar, l’album è quello degli Air, che porta lo stesso titolo originale del film in quanto ne vorrebbe essere un’ideale colonna sonora per la versione restaurata mostrata in alcuni festival.
Non è la prima volta però che questo film incontra il mondo della musica: già i video di Heaven for everyone dei Queen e di Tonight Tonight degli Smashing Pumpkins erano ispirati al primo film di fantascienza.
Etereo, psichedelico, sognante, l’album è perfetto per accompagnare le fantastiche atmosfere del film, anche se dura il doppia della pellicola! Non mancano atmosfere dark, composizioni strumentali al piano, parentesi più rock (Lava, Parade).
Insomma un bel disco, che si può gustare anche come sottofondo al film di Méliès che probabilmente vorrete guardare dopo aver visto il film di Scorsese.
 

lunedì 30 gennaio 2012

L'impossibile incontro tra Lynch, i classici americani e la Manhattan da bere di oggi? E' in un disco


 BORN TO DIE
di Lana del Rey
Data di uscita: 30 gennaio 2012 
Genere: Pop
          Se ti piace ascolta anche queste artiste: Tori Amos, Kylie Minogue, Adele, Birdy, Portishead, Nancy Sinatra.


Se fosse un quadro sarebbe preraffaellita, se fosse un romanzo sarebbe decadente, se fosse un film sarebbe un impossibile mix tra Lynch e i classici americani degli anni ’50.  Tant’è che vi sono riferimenti a James Dean e Scarlett O’Hara.
Ma è un album, anzi è l’album. Quello più “in” del 2012.
Perché torno a parlare di musica in questo blog di cinema?
Perché innanzitutto questo è il mio blog e ci scrivo quello che voglio, ma anche perché questo è uno degli album più cinematografici in circolazione ed è pure il disco più pubblicizzato dell’anno.
L’artista è Lana del Rey, nata Elizabeth Grant nel 1986, un bel disco pubblicato solo on-line nel 2010 e ora alle prese con il debutto commerciale internazionale.
Non è esagerato descriverlo come l’album più atteso dell’anno e lo è ancora meno dire che questo è l’esordio più “sensazionale” della storia dell’intera musica pop.
Perché Lana del Rey ha già una moltitudine di fan ancora prima del vero debutto.
In questi ultimi mesi ha collezionato prestigiosissime riviste di settore e non solo, occasione che non capita normalmente a un debuttante. Ma Lana ha alle spalle un padre miliardario e un popolo di seguaci virtuali che l’hanno trasformata in un fenomeno in una manciata di mesi.
Ma forse è meglio non portarle sfortuna con tutto questo entusiasmo.
Ricordiamo infatti che il 2011 doveva essere l’anno di Lady Gaga che si è vista invece superata da Adele in fatto di vendite, da Katy Perry in singoli numero 1 e da Rihanna in singoli da Top 10.

Così questa misteriosa creatura divisa tra la sua anima da pin-up e quella da angelo preraffaellita ha creato questo album etereo eppure trendy, orchestrale ma commerciale, adatto ad ascoltatori di nicchia ma ancora di più a un vasto pubblico. Se siete rimasti folgorati da Video Games e Born to die, sappiate che non vi è di meglio all’interno di questo disco, ma in fondo due gioielli del genere possono bastare per costruire un’intera reputazione e un’intera carriera.
Born to die è un disco interessante, come lo era anche il precedente (Lana del Rey aka Lizzy Grant), ricco di atmosfere retrò suadenti, tra languori melodico/orchestrali e ammiccamenti pop.
E Lana del Rey è diventata, in parte anche inspiegabilmente, icona di ogni radical chic e gay sulla faccia della Terra. Riuscirà a conquistare anche altre fette di pubblico?
Alle prossime settimane la sentenza in termini di vendite.

lunedì 3 ottobre 2011

Disco della settimana: ecco a voi i Foster the people

FOSTER THE PEOPLE,
TORCHES,
USA, 2011
genere: dance, elettronica, rock, indie


È da un po’ che volevo parlare di loro, perché il loro album è stato una piacevole sorpresa estiva. Ma meglio tardi che mai.




 Questi tre ragazzi americani dal look trendy e dai faccini per bene occupano da più di tre mesi la Top 10 americani con il loro primo ed unico singolo Pumped my Kicks, un successo straordinario che li ha portati anche ai Video Music Awards con una nomination nella categoria Best rock, evidenziando, se ce ne fosse bisogno, l’assoluta idiozia di questi premi visto che di rock c’è davvero poco, e il video è un collage di spezzoni di immagini, dicasi documentario, che di artistico ha ben poco, pur essendo carino.
L’album è come loro, e come il video: carino, leggero, piacevole. Un mix di indie rock, elettronica e dance, con qualche reminiscenza dei primi MGMT (Houdini è la loro versione di Electric Feel).
La più esplosiva di tutte è però Call t what you want: una volta ascoltate non ve la dimenticherete più!
Ripeto, infine, che è un album dai toni estivi, adatto ancora in questi giorni assolati, quindi va consumato velocemente.



VOTO:

domenica 28 agosto 2011

Il disco dell'estate

FITZ & THE TANTRUMS
pickin' up the pieces
Provenienza: USA
Genere: Rock'n'roll, Funky, '60's

Il disco dell’estate è quello dei Fitz & The Tantrums, che con la loro Moneygrabber sono riusciti a realizzare un tormentone rock che depura i canali radiofonici dalle cafonate tipiche di questa stagione.

Ma chi pensa che il loro album di debutto non abbia altro da offrire si sbaglia di grosso, perché c’è una canzone che batte perfino il celebre singolo, in quanto a orecchiabilità: si tratta di L.O.V., che una volta ascoltata non vi uscirà più dalla testa e vi riempirà di buon umore. L’hanno intuito anche i produttori di Friends with Benefits (in it. Amici di letto, a ottobre al cinema), la sex-comedy con Timberlake e la bellissima Mila Kunis, che hanno inserito il brano in diverse scene del film. Ma il fiuto di Hollywood è tale che Moneygrabber è presente anche in Come ammazzare il capo..e vivere felici, attualmente sui nostri schermi.

Negli Usa questo album “Pickin’ Up the Pieces” è uscito esattamente un anno fa, nell’agosto 2010 e nonostante le ottime recensioni, non se l’è filato nessuno, parenti inclusi, visto che il suo miglior posizionamento è stato il n° 140 della Bilboard. In Europa? Nemmeno distribuito (tutt’ora è difficile trovarlo su uno scaffale italiano).

Una manciata di ottimi video e singoli ignorati, finché nella promavera del 2011 arriva Moneygrabber, che negli Usa si ferma alla 33 ma in Italia entra in heavy rotation a partire da maggio e dopo 4 mesi rimane ancora uno dei pezzi più trasmessi dalle nostre italiane, con relativo (inutile, ultra low-budget) video onnipresente sui network televisivi.

Don't come back anytime I've already had your kind



This is your pay back, money grabber

 E se tutti quest’estate si sono fischiettati tutti almeno una volta il questo martellante ritornello, nessuno, nonostante ciò, ha comprato o scaricato il loro singolo nemmeno nel nostro Paese. Io vi consiglio di farlo e di acquistare anche il loro fantastico, solare, allegro, funky, retro disco che vi riporta agli anni ’60 e ’70 con tanto di organetto e sax. Dall’apertura della fantastica Breakin’ the Chains of Love (accompagnata tra l'altro da un bel video da riscoprire), alla spensieratezza di Winds of change (altro video da vedere), passando per le atmosfere più psichedeliche e ‘60s di News 4 You, in cui Fitz si diletta con il francese. E pensare che tutto nacque come un gioco, da cui il nome del gruppo, letteralmente Fitz e i Capricci. Infatti è stato il sound engineerMichael Fitzpatrick, aspirante cantante e pianista nato nel ’72, che un giorno si è comprato a 50 $ un organo usato col quale ha composto in pochi giorni Breakin’ the Chains of Love e ha deciso di formare un band con una serie di telefonate. Dopo pochi mesi, l'album era pronto!
 

VOTO: ***

sabato 25 giugno 2011

Il disco più bello dell'anno (finora)

FLEET FOXES
Helplessness Blues
Provenienza: Seattle, USA

Genere: rock, folk
Stile: Simon & Gurfankel, Still & Nash


Dopo un album omonimo giudicato all’unanimità un capolavoro, la band di Seattle torna con un album che riesce nell’impresa di ottenere anche un considerevole successo commerciale (sono arrivati nelle prime posizioni delle principali classifiche mondiali, tranne in Italia, dove nelle classifiche dei dischi non c’è mai spazio per la Musica).

Il titolo dice già molto: Helplessness Blues. C’è molta malinconia in questo album folk/light rock, ma non la definirei così disperata: è un rock purissimo, che riporta alla memoria Simon & Garfunkel e che è sì lento, ma non per forza triste e soprattutto oltre i confini del tempo. Potrebbe essere uscito anche 50 anni fa: il rock classico resta classico sempre e questo lo è, dal primo ascolto. Senz’altro emozionante e soprattutto un album bellissimo, da ascoltare e riascoltare. Davvero difficile scegliere un pezzo solo: sono tutti davvero splendidi e dai titoli assai bizzarri.

Non voglio aggiungere altro: ascoltatelo, diffondetelo, compratelo. È un disco che va scoperto.


lunedì 23 maggio 2011

il disco dell'anno è finalmente arrivato e possiamo già dimenticarlo

LADY GAGA
born this way

Provenienza: Ovunque!
Genere: house
Categoria: tamarra sborona e invasata
Stile: Gigi d'Agostino, Paul Oakenfold, Aqua, Ace of Base, Black Eyed Peas, Britney Spears.

Oggi l’album più anticipato, chiacchierato, pubblicizzato e atteso del 2011 è finalmente arrivato, per la gioia di tutti, sostenitori che si aspettano una conferma della più grande artista musicale del millennio e detrattori bramosi di un passo falso dell’ennesima pop sensation tutta immagine e nessuna sostanza.
Quando c’è di mezzo Lady Gaga non si parla mai abbastanza di musica, quindi passo subito alla descrizione delle tracce.

L’apertura di Marry the night, canzone house ripetitiva e ossessiva ci immerge subito nell’universo di Lady Gaga, dance e terribilmente kitsch che se proposto da chiunque altro verrebbe stroncato. Segue il brano che dà il titolo all’album, annunciato come pezzo che avrebbe sconvolto la storia della musica, in verità un concentrato di copia incolla di devastante orecchiabilità che non si può adorare e cantare a squarciagola.

Goverment Hooker inizia con 10 secondi che sembrano promettere uno spiazzante pezzo gregoriano, diventa il classico pezzo dance che ammicca molto a Gimme more di Britney Spears, del lontano 2007. Nel testo però si parla di prostitute e governo e perciò si può parlare di testo impegnato. Judas è un remix di Bad Romance in cui il celebre “Gaga ulallah” viene sostituito da “Juda- judaaah”. Americano è un brano tecno-tamarro-latino retrò, nulla a che vedere con la graziosa Alejandro di due estati fa. In Hair si sente un sax in lontananza e poi il solito tunz tunz dance. Scheiße, tamarrata in stile Paul Oakenfold che incontra Bad Romance/Judas nel ritornello. Finalmente si cambia un po’ con Bloody Mary, pezzo elettronico più lento e ipnotico. Bad Kids e Highway Unicorn (Road 2 Love): sono riempitivi stancanti e noiosi, Heavy Metal Lover è un pezzo dance accattivante e semplice che rimanda alle atmosfere di Confessions on a dancefloor di Madonna.
Anche Electric Chapel si apre con reminiscenze di Madonna, soprattutto a livello vocale, mentre il suono di campane e chitarre elettriche rendono il pezzo interessante, fino a un curioso assolo accompagnato dalla consueta base tecno che finalmente sparisce in U & I, puro rock’n’roll che ricorda i 4 Non Blonds e il favoloso remix country di Born this way con tanto di assoli di chitarra, batteria, un’ottima interpretazione vocale, grandi cori: insomma nulla a che fare con il resto dell’album e con la figura di Lady Gaga e per questo, o nonostante questo, è il brano migliore dell’album. Peccato che messo lì, come penultima traccia di un album per il resto interamente house, rischi di essere risucchiato e dimenticato. Del resto la traccia di chiusura, Edge of Glory è un ritorno alle sonorità dance del resto dell’album e in particolare a Hair, con il quale condivide l’uso del sax, questa volta suonato più a lungo e da un ospite d’eccezione come Clarence Clemons E Street Band, inspiegabilmente convinto a far parte di questo progetto.

Un disco house ripetitivo e stancante, in cui bisogno aspettare le ultime 3 tracce per avere qualcosa di interessante. Decisamente poco, eppure l’ album alla fine accontenterà tutti: perché i fan delle sue hit usa e getta troveranno pane per i loro denti e i detrattori potranno tirare un sospiro di sollievo perché con questo disco l’artista italo-americana non ripropone nulla di nuovo tranne che un irritante tocco di autoreferenzialità quantomeno fuori luogo considerato che è il suo secondo album e mezzo.

Tutto fumo e niente arrosto, come una volta, anche se la cantante continua ad avere potenzialità che in nome del dio mercato preferisce nascondere, nonostante sia l’artista e la donna più potente del pianeta, come ha recentemente decretato nientemeno che Forbes. Dunque la domanda è: perché non osare di più, come fa in Electic Chapel o U & I? La voce c’è (nonostante in molti dicano il contrario), la voglia di sperimentare pure, quindi perché non tirare fuori questi due elementi in più di 3 tracce?

GIUDIZIO:

martedì 17 maggio 2011

Cosa vi aspettavate dai Vaccini?

the vaccines,
what did you expect from the vaccines?

provenienza: Uk
genere: Indie rock
categoria: tutti ci aspettano, tutti ci vogliono
stile: Interpol, Oasis, Glasvegas, The Strokes 



Uscito appena una settimana prima del nuovo album degli Strokes di cui i Vaccines sono stati lanciati come la versione ingles,anche se poi la rivista NME li ha definiti i nuovi Libertines.  In Uk c’era molta attesa per questo disco d’esordio che in qualche modo non ha deluso le aspettative visto che si è posizionato direttamente al 4°posto delle chart britanniche. Al di là della Manica non ha però ancora trovato il suo pubblico.

Il singolo di lancio è un’adrenalinica canzone corta come poche (appena 1:24), Wreckin' Bar (Ra Ra Ra), utilizzata nella serie Tv Skins. Il secondo singolo è Post Break-Up Sex, una canzone più lenta ma ugualmente orecchiabile. Poi è uscita If You Wanna poche settimane prima dell’album.
L’album prodotto da Dan Grech (In Rainbows dei Radiohead) conta 11 brani di cui solo due superano i tre minuti per un totale di appena 36 minuti, decisamente poco.
Del resto che vi aspettavate da loro? What did you except from the Vaccines è proprio il calzante e geniale titolo dell’album di debutto di questa lanciatissima band di indie rock immediato.
I modelli della band sono i Ramones, ma di punk questo disco ha solo la durata delle canzoni: per il resto è un gustoso assaggio che mescola un po’ il meglio degli ultimi anni di musica britannica (Oasis, Glasvegas..).
Dico assaggio perché il tempo, per la maggior parte delle tracce, è davvero troppo poco per poterle assaporare veramente e così all’ascoltatore rimane un gusto piacevole e tanta fama.

GIUDIZIO:




mercoledì 11 maggio 2011

Musica ad angolo

THE STROKES,
angles
provenienza: NY
genere: new wave
categoria:siamo troppo fighi perché siamo indie
stile: The Phoenix, MGMT

A cinque anni di distanza dall’album First Impressions of Earth, gli Strokes ritornano con questo Angles, sedotto ugualmente dall’elettronica anni ’80 (vedasi MGMT, The Killers, The Editors) che propone 10 buoni brani, a partire dalla prima e irresistibile Machu Pichu che strizza molto l'occhio all'electro-dance degli anni '80.
Atmosfere più alternative e che richiamano i loro esordi nel singolo di lancio, Under the Cover of Darkness. Poi c'è la più lenta Two Kinds of Happiness, che fa coppia con The Game (decisamente la più leggera e quindi commerciale). L'apice di malinconia  è raggiunto da Call Me back, che però è un'eccezione: ben presto alcuni pezzi decisamente adrenalinici e un tantino ripetitivi ( You're so right, Metabolism) riportano il disco in un'altra atmosfera, per poi chiuderlo con la sognante Life is simple in the Moolight, che fa molto Phoenix.
Un buon compromesso tra qualità e ambiziosi alternative e sonorità più convenzionali di appeal commerciale.

GIUDIZIO:

giovedì 21 aprile 2011

La poesia non è morta, ma vive nel rock

La poesia non è morta e non mancano testimonianze del fascino che ancora oggi esercita contaminando molti altri campi artistici: teatro, musica, cinema e fumetto. Ma a metterla in scena sono sempre musicisti rock, come attestano alcuni lavori in uscita.

Dall’Italia arrivano due progetti nati all’interno di due delle rock band indipendenti più apprezzate dalla critica: Tre Allegri Ragazzi Morti e Il Teatro degli Orrori. Il leader di quest’ultima band, Pierpaolo Capovilla sta portato in scena da un bel po’ un reading su alcune opere di Vladimir Majakovskij che a maggio uscirà in Dvd. Lo spettacolo, accompagnato da chitarre, sintetizzatore, laptop, piano e contrabbasso è attualmente in tour (clicca qui per le date).

Davide Toffolo, chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti è anche un noto fumettista che ha raccontato la storia di Pier Paolo Pasolini attraverso un fumetto giunto alla quarta ristampa e che viene ora pubblicato con il Dvd del documentario Pasolini, L’Incontro di Pasqualino Suppa. Il volume ha raggiunto un grande successo anche in Francia e proprio da qui viene il reading di un poema di Jean Genet ad opera di Ètienne Daho e Jeanne Moreau.

La mitica attrice simbolo della Nouvelle Vague, oggi 83enne, ha inciso col cantante Ètienne Daho una versione magnificamente musicata del poema Le condamné à mort, scritto dal poeta nel 1942 durante l’internamento nella prigione di Fresnes, in cui si trovava per furto. Dedicato al giovane condannato a morte Maurice Pilorge, come dichiara la voce roca e fumosa dell’attrice francese.


Il mondo “dannato” di Genet, fatto di infelici criminali e amori impossibili, è stato portato più volte al cinema, e il film più famoso tratto da uno dei suoi lavori è proprio una delle ultime grandi prove di Jeanne Moreau: Querelle de Brest di Fassbinder.

In questo classico del 1982 Jeanne Moreau canta fra l’altro le parole di un altro grande poeta, l’Oscar Wilde della meravigliosa Each man kills the things he loves.

Ma l’iconica attrice interpretò anche Mademoiselle, altro film tratto da un lavoro teatrale di Genet, del quale fu anche grande amica:

«Ci incontravamo negli anni Sessanta, dopo i miei spettacoli, a La Coupole e in altre brasseries di Parigi: Jean mi usava per adescare i ragazzi che si avvicinavano al nostro tavolo!», ha dichiarato pochi mesi fa l’attrice presentando l’album alla stampa francese in occasione del centesimo anniversario della nascita del poeta. L’attrice e il cantante hanno inoltre annunciato un concerto a Parigi il 2 luglio.
L’album è ora disponibile anche in (qualche) scaffale italiano ed è stato accolto da recensioni a dir poco entusiasmanti: la rivista rock Jam, la cui critica è stata ripresa da Il Sole 24 ore, l’ha definito “un capolavoro di intensità ed eleganza, un flusso di parole e voci che si appoggia su pochi e semplici accordi di chitarra. Tra i dischi più emozionanti e poetici degli ultimi anni”.
Poetico ed emozionante senz’altro, ma non per tutti i palati. Fra i brani, spiccano La chanson qui traverse, Le vent qui roule un coeur, e Sur mon cou.