con Christian Bale, Tom Hardy, Anne Hathaway, Marion Cotillard, Joseph Gordon Levitt, Michale Caine, Matthew Modine, Morgan Freeman, Liam Neeson, Cillian Murphy
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Dopo anni di pace, Gotham City è
minacciata da un nuovo folle criminale, Bane (Tom Hardy) e Bruce Wayne (Christian
Bale) sente il dovere di rivestire i panni di Batman per difendere la sua
città.
Terzo e ultimo (forse) capitolo
della saga di Batman diretta da Christopher Nolan a sette anni da Batman
Begins. Il film riprende i toni cupi del precedente, mettendo in scena un
cattivo ancora più cattivo del Joker di Heath Ledger, che sulla carta pareva
impossibile, ma il massiccio e spaventoso Bane di Tom Hardy alla fine passa
senza lasciare il segno. Ben più riuscita è invece l’altra super anticipata e
chiacchierata new entry, ovvero la Catwoman di Anne Hathaway, sulla quale
bisogna esprimere un duplice giudizio: la performance della Hathaway è ottima,
grazie al lavoro di Nolan come direttore d’attori, ma la caratterizzazione del
suo personaggio non lo è affatto, per colpa di Nolan sceneggiatore.
In ogni
caso, di fronte a un Batman eccessivamente sofferente, una Marion Cotillard
meno affascinante del solito, un Joseph Gordon Levitt spento e un Michael Caine che sparisce quasi subito, è
sicuramente Catwoman l’unico personaggio a lasciare davvero il segno, grazie a
una Hathaway mai così bella e sexy e sorprendente nelle scene d’azione. Peccato
solo che il suo personaggio man mano perda di mordente e di interesse.
Come del resto questo film troppo
cupo e serioso: la Marvel ha dimostrato recentemente che la carta vincente dei
film di supereroi è l’ironia, mentre Nolan prende molto (troppo) sul serio il
suo Batman.
Resta comunque un buon film, anzi
un buon dramma, ma non è il film dell’anno come l’ossessivo chiacchiericcio di
indiscrezioni e fan esaltati sembrava annunciare.
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TRAMA
Merida è una ragazza con una rigogliosa, selvaggia e
ribelle chioma rossa in cui è scritto già il suo destino. Nel cuore della
ragazza batte il fuoco vivo dell’indipendenza, ma il destino ha voluto che
nascesse principessa erede al trono del più importante clan scozzese,
privilegio che la costringe a pensare già al suo matrimonio.
Ma il destino si può cambiare, e Merida lo dimostrerà, non
prima di aver sconvolto famiglia e regno.
RECENSIONE
Questa volta la Pixar attinge all’immaginario delle fiabe
di un tempo, tra castelli, foreste incantante e streghe, dando nuova
linfa al genere e impartendo come al solito lezioni di vita adatte ai piccoli
come ai più piccini. Tuttavia, rispetto a capolavori passati come Up, Toy Story
3 e altri ancora, il target sembra essersi leggermente abbassato, lasciando
molto più spazio a gag di umorismo facile.
La prima parte della pellicola tocca alte vette di
sensibilità ed umorismo, immergendo lo spettatore nella vita di quest’adolescente d’altri
tempi alle prese con problemi comuni di una teenager d’oggi: un conflittuale
rapporto con la madre, aspettative che non le si addicono, difficoltà a farsi
ascoltare e far valere le proprie ragioni. Il quadro familiare è infatti
dipinto in modo eccellente e i personaggi sono ben caratterizzati, così come
sono irresistibilmente comici i pretendenti e i relativi genitori che si
presentano davanti alla futura erede al trono. Altro personaggio da applausi è
quello della strega pasticciona, artefice di un sortilegio che rovinerà la vita
di Merida e il film.
Da questo punto infatti la pellicola gira intorno a se
stessa, accumulando gag comiche e scene d’azione tutt’altro che azzeccate ed
originali che dilatano i tempi (comunque assai brevi) fino al prevedibile
finale.
Alla fine dei conti, probabilmente Merida non diventerà l’ennesimo
classico della Pixar, ma la sua spavalda eroina ha tutte le carte in regola per
diventare un punto di riferimento nell’immaginario delle bambine di oggi e si tratta
di un’eroina ben diverse da quelle a cui la Disney ci aveva abituato, perché ci
mostra una ragazza che non si salva grazie all’intervento di un principe
azzurro, ma trova da sola la propria salvezza..rifiutando il principe
azzurro.
L’edizione italiana è accompagnata da due canzoni
interpretata dalla rossa Noemi, mentre l’usuale corto che anticipa il film è
il meraviglioso La luna del genovese Enrico Casarosa, candidato agli Oscar
2012. Per chi non lo sapesse, prima del debutto da regista, Casarosa si è
occupato degli storyboard di capolavori come Cars, Ratatouille e Up.
se ti piace guarda anche:Vicky Cristina Barcelona, The Dreamers, Bande à part
Mi hai detto “ti amo”
Ti dissi “aspetta”
Stavo per dirti “eccomi”
Mi hai detto “vattene”
Con queste frasi diventate poi celebri inizia il triangolo
amoroso più famoso della storia del cinema: due amici per la pelle si
innamorano della stessa donna, Catherine, che non disdegna il triangolo, anche
una volta sposata. Ma per quanto potrà continuare?
TRAMA
Jules et Jim nella memoria collettiva è legato a Parigi,
alla Jeanne Moreau vestita da uomo che corre insieme ai due spasimanti, ma il
dramma della storia inizia in uno chalet di montagna in Germania meridionale. È
qui che Jim va a visitare Catherine e Jules, sposati e con una figlia ed è qui
che inizierà una relazione tra i due, sotto gli occhi gelosi ma impotenti di
Jules.
Catherine presto però è insoddisfatta anche dal rapporto con
Jules poiché i due non riescono ad avere un figlio e inizia a civettare con
Albert.
Quando Catherine, Jules et Jim si ritroveranno a Parigi,
l’epilogo sarà tragico: infelice, ucciderà se stessa e Jim sotto gli occhi di
Jules, ancora una volta testimone dolente e impotente.
DIETRO LE QUINTE
Franz Hessel fu uno scrittore tedesco che durante il suo soggiorno
parigino divenne miglior amico di Henri-Pierre Roché e sposò la giornalista di
moda Helen Grunt, con la quale tornò a Berlino ed ebbe un figlio, Stephan, oggi
diplomatico.
Franz parlò della rapporto che si creò fra i tre in Pariser
Romanze (Romanza Parigina), pubblicato nel 1920, anno in cui si intensificò la
relazione tra Helen e Henri-Pierre, tanto che Helen divorziò da Franz l’anno
seguente. I due si lasciano nel ’34, mentre Hessel morì nel ’41. Il figlio di
Franz, Stephan, classe 1916, è un attivista, saggista e diplomatica
naturalizzato francese che oggi ha 94 anni e da poco ha pubblicato
Indignez-vous, diventato il manifesto degli indignados, poi docu-fiction
Indignados diretto da Tony Gatlif, presentato all’ultima Berlinale.
Henri Roché parlò del triangolo amoroso che aveva vissuto in
Jules et Jim, pubblicato nel ’51 e passato del tutto inosservato.
Truffaut, dieci anni più tardi, comprò il libro da un
bouquiniste in riva alla Senna e ne rimase folgorato.
Contattò subito Roché, 84enne, e gli propose di collaborare
all’adattamento.
Gli mostrò in foto Jeanne Moreau e lo scrittore fu
soddisfatto dalla scelta, ma non conobbe mai questa Catherine perché morì dopo
poche settimane.
La lavorazione del film fece parlare molto di sé, tant’è che
Jean Luc Godard, amico di Truffaut, in Une femme est une femme, inserì un
cammeo della Moreau che saluta Jules e Jim.
L’uscita del film fece assai scandalo all’epoca, come ormai
ogni film con la Moreau protagonista.
La canzone che l’attrice canta nel film, Le Tourbillon, fu
un hit composto da Cyrus Brassiak qualche anno prima pensando proprio alla
stessa attrice, moglie di uno dei suoi più cari amici.
Le musiche di Georges Delerue sono state inserite dal Time nella Top
10 delle migliori colonne sonore di sempre, mentre l’Empire, nel 2010 l’ha
inserito alla posizione 46 dei migliori film della storia del cinema.
Dopo i due ambigui ruoli di Malle, quello di una donna che
fa uccidere il marito e quello di una donna che abbandona la famiglia per vivere
una storia d’amore, Jeanne Moreau interpreta un altro personaggio decisamente
controverso. La sua Catherine sottopone i due uomini che la amano a una
convivenza forzata, ingelosendo l’un l’altro quasi per gioco. Litiga con Jim
perché non le dà un figlio, ma la figlia avuta con Jules non le ha impedito di
lasciare il marito. Moderna, colta, seducente e forte, Catherine rappresenta un
nuovo tipo di donna, capace di manipolare gli uomini che diventano
letteralmente vittime dei suoi umori e sentimenti.
L’estremo gesto finale che sconvolse gli spettatori
dell’epoca è l’ultima angheria alla quale sottopone i suoi amanti.
RECENSIONE
Considerato tutt’oggi come uno dei più grandi classici della
storia del cinema, Jules e Jim può apparire datato, ma il suo fascino è rimasto
intatto. E il meraviglioso motivo cantato dalla Moreau, Le Tourbillon, rimane
indelebile nella memoria di chiunque abbia visto il film.
Servito da ottimi dialoghi e un vivace montaggio, nonché
trovate cinematografiche allora inusuali il film rimane una seducente descrizione di un
amore capriccioso, egoistico e distruttivo. Un amore che invece di portare alla
felicità porta, letteralmente, al baratro.
Milano, alba degli anni ’60, un uomo e una donna. Lui si
invaghisce di una donna molto più giovane e lei, quasi materna e permissiva, si
mostra indulgente con entrambi, ma poi fa ricordare al compagno cos’è(ra)
l’amore vero leggendogli una romantica lettera che ora risulta straziante per
entrambi in quanto testimonianza di un amore che non c’è più.
L’amore che cede il posto al desiderio di evasione e
giovinezza in una relazione con una persona più giovane, la partner indulgente
e matura che vuol far ragionare l’amante perduto. Se L’Avventura e L’Eclisse
sono incentrati su un amore che nasce, La notte è il ritratto di un amore che
sta finendo, ma che potrebbe ricominciare, poiché tutto è mutevole e confuso.
Incarnazione di questa società volubile è la donna, ancora
una volta al centro dell’opera di Antonioni, con crisi (silenziose) e
indecisioni. Ma dietro queste apparenti insicurezze si nasconde il punto fermo
della coppia, la luce della ragione.
E due meravigliose donne sono chiamate a dar vita a due
personaggi bellissimi: la seducente Valentina di una Monica Vitti corvina e
sexy, che inizia civettando e finisce intrappolata dalla crisi della coppia e
la Lidia di Jeanne Moreau, donna di sensualità matura che registra e reagisce
silenziosamente gli avvenimenti che le accadono intorno. Il suo sguardo
rassegnato, privo di luci ed emozioni, incarna la crisi del rapporto.
Gli uomini invece sono sempre passeggeri e superficiali. E
il Mastroianni de La notte si aggiunge all’indolenza di Alain Delon di
L’eclisse e al Gabriele Ferzetti de L’avventura.
Tra i quattro film di quella che è stata definita la
tetralogia dell’incomunicabilità di Antonioni, è a mio avviso il più compiuto e
maturo, meno estetizzante e sperimentale e il più adatto ad una visione
attuale.
PREMI
Il film vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino, e il
Nastro d’argento e il David di Donatello per la migliore regia.
"Dieci anni, vent'anni, un'altra
età, altri giorni. Come dormire e risvegliarsi morta. Dieci anni, vent'anni,
senza pietà perchè io non ebbi pietà. Lo so che ti amavo, ti amavo e non
pensavo che a te. Adesso diventerò vecchia, ma saremo ancora insieme, là, chissà
dove, insieme... Lo vedi che non ci potranno separare? Lo senti, Julien?" (J.Moreau a M. Ronet)
TRAMA
Un giovane uomo (Maurice Ronet) e
la sua amata (Jeanne Moreau) vogliono sbarazzarsi dell’uomo che li separa,
marito di lei, nonché capo di lui.
E così una sera, l’uomo entra nell’ufficio
del suo boss e lo uccide a sangue freddo.
Tutto sembra andare secondo i
piani finché non rimane intrappolato nell’ascensore.. tutta la notte.
Una coppia di sbandati gli ruba l’auto
e commette involontariamente un omicidio di cui sarà incolpato il proprietario
dell’auto, in quanto incapace di avere un alibi. Verrà così condannato, anche
se per l’omicidio sbagliato.
Intanto la sua amata passa la
notte vagando disperata per le strade di Parigi.
COMMENTO
Louis Malle esordisce come regista
di fiction all’età di 25 anni e firma una pietra miliare del cinema francese:
un noir atipico, in cui a contare sono più le atmosfere che la tensione o i
colpi di scena.
Per certi versi anticipatore di
quella che sarà la Nouvelle Vague, questo film lancia un cinema diverso, d’atmosfera,
in cui a restare impressi sono la colonna sonora di Miles Davis, i chiaroscuri
di una Parigi atipica avvolta nella notte, le passeggiate di Jeanne Moreau e la
tensione del volto di Maurice Ronet.
La colonna sonora fu registrata da
Miles Davis nella notte fra il 4 e il 5 dicembre 1957, in compagnia di Jeanne
Moreau che mostrò loro il film. Fu una svolta fondamentale nella carriera del
jazzista americano.
Una svolta insomma per Davis,
Malle e la Moreau, che a 29 anni è per la prima volta protagonista di un film.
REGISTA
Louis Malle (1932-1995) è stato
uno dei più grandi registi francesi del XX secolo. Poliedrico, controverso,
prolifico, ha esordito giovanissimo e ha firmato pellicole indimenticabili come
Fuoco Fatuo (1963), Atlantic City (1980), Arrivederci ragazzi (1987), Vanya
sulla 42° strada (1994).
Un
nome, un mito: Jeanne Moreau è un simbolo del cinema francese e in generale del
grande cinema, una grande attrice capace di farsi dirigere da maestri come
Truffaut, Antonioni, Buñuel,
Welles, Renoir, Fassbinder, Kazan, Wenders, De Oliveira e Angelopoulos e di
ricoprire, con la sua immensa carriera, ben 8 decenni di cinema, dagli anni ’40
ad oggi.
A
lei è dedicata una nuova monografia che attraverso la quale sarà possibile
proporre tanti pezzi importanti di storia del cinema.
BIOFILMOGRAFIA
Nasce
il 23 gennaio 1928, figlia di un ristoratore e una ballerina. Studia al
Conservatorio di Parigi e frequenta di nascosto un corso di recitazione: quando
appare sulla copertina di una rivista che la elogia, i suoi la mandano via
di casa.
Si
sposa a 21 anni, incinta, con lo sceneggiatore e poi anche regista Jean-Louis
Richard, che sarebbe diventato collaboratore e amico di Truffaut (i due
adattarono insieme Fahrenheit 451 e La mariée était en noir (La sposa è in nero) nonché
sceneggiatore del culto Emmanuelle.
Il
matrimonio dura due anni, come anche i suoi due successivi (l’ultimo è
con William Friedkin, il regista de L’Esorcista). I due rimangono però in ottimi rapporti, tanto che Richard la dirigerà più tardi in due film (dimenticabili).
Raggiunto il successo come attrice teatrale, Jeanne tenta anche la strada
del cinema, inizialmente senza successo, finché non arriva una parte in Grisbi
di Jacques Becker, un classico del noir (anzi polar) francese.
Poi arriva Louis Malle con un film che cambierà per sempre l’esistenza del
giovane regista e della sua protagonista: il celebre Ascensore per il patibolo.
L’immagine di donna ambigua calza a pennello a Jeanne Moreau, rendendola interprete
perfetta di alcuni classici del cinema moderno: La Notte di Antonioni (1961),
Jules et Jim di Truffaut (1962) e Il diario di una cameriera di Bunuel (1963),
passando, con ruoli secondari, per Il Processo di Orson Welles (1961) e Fuoco
Fatuo, a detti di molti critici il miglior titolo di Malle.
Sono tanti i flirt che le vengono attribuiti, ma ciò che è certo è che la maggior parte dei grandi
registi la diressero in più di un film:
Truffaut, Welles, Losey, Malle, Richardson, Gitai.
Amica di molti letterati, da Patricia Highmisth a Henry Miller, fu diretta
dall’amica Marguerite Duras nell’adattamento di Nathale Grangier.
Jeanne Moreau tentò anche la carta della regia, dirigendo Lumiere- Un’amicizia
tra donne, film del 1976 con Lucia Bosé e L’adolescente, del 1978 e con Simone
Signoret, ma nessuno dei due ebbe molto successo.
Dagli anni ’70 non interpretò più film da protagonista, ma solo ruoli
secondari, alcuni comunque in film importanti come I santissimi (1974), Gli ultimi fuochi (1976) o Querelle (1982).
Fondatrice di una scuola di cinema ad Angers, Jeanne Moreau
è ancora attivissima: nel 2010 ha registrato un disco e presto la vedremo nel
nuovo film di Manoel de Oliveira.
1957: ASCENSORE PER IL PATIBOLO - LOUIS MALLE
1961: LA NOTTE - MICHELANGELO ANTONIONI
1962: JULES ET JIM - FRANҪOIS TRUFFAUT
1962: EVA - JOSEPH LOSEY
1963: LA GRANDE PECCATRICE - JACQUES DEMY
1964: IL DIARIO DI UNA CAMERIERA - LOUIS BUÑUEL
1965: VIVA MARIA! - LOUIS MALLE
1968 : STORIA IMMORTALE - ORSON WELLES
1968: LA SPOSA IN NERO - FRANҪOIS TRUFFAUT
1976 : GLI ULTIMI FUOCHI - ELIA KAZAN
1982: QUERELLE DE BREST - RAINER WERNER FASSBINDER
Peter Parker è un bambino abbandonato in fretta e furia dai
genitori che lo affidano nelle premurose mani degli zii. Una volta cresciuto,
incuriosito dalla scomparsa dei suoi, si mette sulle loro tracce, finendo in un
laboratorio in cui si sperimentano innesti genetici. Rimane involontariamente
(e comicamente) vittima di uno di questi test, adottando così solo le
caratteristiche positive dei ragni (capacità di salire sui muri, di tessere
ragnatele e una forza sovrumana che a quanto pare appartiene a questi insetti).
Lutti, combattimenti e baci sono dietro l’angolo.
RECENSIONE
C’era davvero bisogno di un altro Spiderman, a così pochi
anni di distanza dall’ultima trilogia? A chi può interessare? Beh il target è
quello giovanile e degli appassionati Marvel, ma alla fine finiamo (quasi)
tutti in sala a vedere questo titolo, contenti che finalmente i cinema
propongano qualcosa da vedere in compagnia.
La Sony da parte sua aveva era motivati da interessi
economici e la scadenza dei propri diritti era prossima.
Nonostante l’inutilità dell’opera alla fine però possono
uscirne praticamente tutti soddisfatti: quelli della Sony, visti gli incassi,
gli spettatori e forse anche gli appassionati.
Cinematograficamente parlando The Amazing Spiderman è
inferiore al primo capitolo della trilogia di Raimi: meno furbo, meno
accattivante, meno sexy, meno ritmato.
Ha però una caratteristica oramai comune a tutti i prodotti
Marvel (salvo Captain America): non si prende molto sul serio, salvando con
l’autoironia passaggi che potrebbero risultare involontariamente comici. The
Amazing Spiderman risulta comunque maldestro, poco fantasioso e troppo lungo.
Riesce però a coinvolgere grazie alla tenerezza che
ispirano i due protagonisti, veri outsider del cinema commerciale: il minuto
Andrew Garfield e l’occhi da cerbiatto Emma Stone, due talenti decisamente
sprecati per un blockbuster che hanno preso i loro ruoli molto seriamente.
Lo stesso si può dire per Martin Sheen e Sally Field.
E che dire del regista? Stiamo parlando dello stesso Marc
Webb che stupì in molti con l’indipendente 500 giorni insieme.
Alla fine quindi ciò che rimane è la curiosità per un
blockbuster affidato a mani e volti che coi film commerciali non hanno mai
avuto nulla a che fare.
con Valérie Benguigui, Charles Berling,
Patrick Bruel, Guillaume de Tonquedec e Françoise Fabiani
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Vincent, ultraquarantenne spavaldo di
successo, va a cena da sua sorella Élisabeth e il cognato Pierre, insegnante
filosofeggiante di sinistra. A cena c’è pure Claude, comune amico di infanzia
dei tre, nonché migliore amico della padrona di casa. Manca solo Anne, moglie
di Vincent in perenne ritardo. Dopo un bel po’, alla fine decidono di iniziare
a mangiare senza di lei e a Vincent viene chiesto se i due sposi hanno scelto
il nome del figlio che stanno per avere.. La risposta di Vincent avrà
conseguenze inimmaginabili..
Due coppie borghesi che perdono il controllo e rivelano il loro lato più incivile. Vi ricorda qualcosa? No? Allora aggiungo che è tratto da una pièce teatrale.
Oramai ogni film francese che arriva nei
nostri schermi è una piacevole sorpresa, tant’è che bisognerà smettere di
stupirsi ogni volta di fronte al talento dei nostri cugini d’oltralpe.
Che si
tratta di drammi (Tutti i nosti desideri, La guerra è dichiarata), di melodrammi (Piccole bugie fra amici), o commedie, i francesi ultimamente riescono
sempre dare prova di grandissima professionalità. Anche questa commedia, che
dal trailer ci può sembrare futile, è in realtà un esempio di ottima
sceneggiatura al servizio di una squadra di interpreti in stato di grazia. Ma
non si ride soltanto, anzi: i momenti più riusciti sono quelli drammatici, armoniosamente
posizionati tra quelli comici, talvolta a sorpresa.
Follemente geniali i primi 20 minuti di
film: vuoi per i titoli di testa in cui compaiono solo i nomi della crew, vuoi
per un’introduzione davvero bizzarra alla famiglia protagonista, si capisce fin
da subito che ciò che stiamo per vedere non è una semplice commedia e gli
autori non avevano come unico obiettivo quello di fare cassa. Eppure ci sono
riusciti: quasi 20 milioni gli incassi in patria per una commedia che aveva già
riempiti i teatri con un testo firmato e diretto dagli stessi registi che con
nonchalance sono passati al cinema, come gli interpreti del film (tranne
Charles Berling). Da segnalare la presenza della quasi ottuagenaria Françoise
Fabian, ancora in magnifica forma, apprezzata in tanti bei film del passato (da
Buñuel al
nostro Bolognini).