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martedì 16 ottobre 2012

Sesso, droga e teste mozzate

LE BELVE
(THE SAVAGES)
di Oliver Stone
USA, 2012
Genere: Azione


USCITA ITALIANA: 25 OTTOBRE

con Taylor Kitsch, Aaron Taylor-Johnson, Blake Lively, John Travolta, Salma Hayek, Benicio del Tero, Emile Hirsch, Demian Bichir.

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TRAMA
A Laguna Beach due ragazzi se la spassano in una lussuosa villa in riva al mare dove condividono l'amore della bella 'O senza alcuna rivalità. Un giorno però ricevono un video di minacce. I due sono i più importanti coltivatori di marijuana della zona e hanno non pochi nemici e rivali... Le cose precipitano quando la loro 'O viene rapita: i due sono disposti a qualsiasi cosa pur di averla indietro.

RECENSIONE
Oliver Stone torna a esplorare le vie del male e questa volta lo fa attraverso le forme di un amorevole e bellissima mamma che non esita a far decapitare debitori e traditori e attraverso due bei giovani disposti a tutto pur di salvare la propria amata. 
I due vivono una vita composta da sesso (a tre), cocktail e spiaggia, ma nascondono un commercio di stupefacenti che li trascinerà un sanguinoso regolamento di conti.
Nella sua nuova pellicola Stone sostituisce la forma alla sostanza finendo per soffocare sotto l’impalcatura estetica di un film fotografato e montato benissimo.
 



Come action è ottimo, tant’è che la tensione rimane altissima per due ore di fila. Ma alla fine di queste due ore di grande violenza cosa rimane?
Nulla, era solo intrattenimento. Un intrattenimento decisamente pulp, che come Tarantino cerca di mixare violenza e ironia, senza però riuscirci del tutto.  Resta infatti qualcosa di profondamente disturbante, non solo nelle scene gore del film, ma anche nel messaggio del film, che assolve i propri personaggi, tutti assassini redenti.

Il romanzo Le belve di Don Wislow è stato scritto nel 2010 per metà sotto forma di sceneggiatura, tant’è che quando i produttori ne acquistarono i diritti avevano tra le mani già una mezza sceneggiatura.
Il romanzo fu definito da Stephen King “drammatico, sexy e pieno d’azione” come Butch Cassidy and the Sundance Kid, il film è indubbiamente pieno di azione e tensione, anche sexy in alcune scene, ma manca il vero dramma, sostituito dalla tensione.
Il regista che vinse il Premio Oscar come regista per Platoon e Nato il 4 luglio e come sceneggiatore per Fuga di mezzanotte, conferma la propria parabola discendente con un film estetizzante ma vacuo.
Nel reparto degli attori spicca soprattutto la crudele Helena di Salma Hayek. Anche John Travolta si ritaglia un ruolo azzeccato. Emile Hirsch sembra ormai inspiegabilmente incastrato in piccoli ruoli secondari che non gli fanno giustizia, mentre Taylor Kitsch per la prima volta è diretto da un regista degno di tale nome. Peccato che nel montaggio finale sia stato completamente tagliato il personaggio interpretato da Uma Thurman.

VOTO: 6

- I tuoi uomini ti ameranno anche, cara, ma non ti ameranno mai come si amano loro due, altrimenti non ti condividerebbero.-                                                   Helena a O', alias Salma Hayek a Blake Lively

 

domenica 14 ottobre 2012

Un'indimenticabile Jeanne Moreau diretta Luis Buñuel

(IL DIARIO DI UNA CAMERIERA)
LE JOURNAL D'UNE FEMME DE CHAMBRE
di Louis Buñuel
Francia/Italia, 1963
con Jeanne Moreau, Michel Piccoli
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Una domestica parigina, Celestine (Jeanne Moreau, Jules et Jim) arriva in una ricca famiglia di campagna composta da una padrona di casa frigida che non accontenta i bisogni sessuali del marito (Michel Piccoli, Habemus Papam) e dal padre di lei che è un feticista. Celestina si muove con abilità in questo ambiente, accontentando le manie feticiste dell’anziano che le chiede di leggere romanzi indossando stivali che lui custodisce gelosamente e provocando ma fuggendo il padrone di casa.


 Ma ci sono altri personaggi con cui si confronta: un giardiniere sovversivo e ripugnante e un poliziotto ugualmente ripugnante, collerico e antisemita.
Cederà alle lusinghe del primo ma finirà per sposare il secondo.
Buñuel come al solito non risparmia nessuno: domestici, ricchi, poliziotti. Ciò che più stupisce però è che non salva nemmeno la protagonista, che man mano diventa sempre più ambigua, per non dire sgradevole. In fondo non è meno meschina degli altri, in fondo tutti pensano solo ai propri interessi.
La Celestine di Jeanne Moreau ci viene presentata infatti maliziosa e smaliziata, sicura di sé, ironica, migliore dei ricchi e dei poveri che ha attorno. In nome della giustizia, arriverà anche a sacrificare il suo corpo, ma il gesto si rivelerà inutile e così cederà al più ripugnante dei suoi pretendenti, l’unico rimasto: lo sgradevole poliziotto, uomo medio razzista e misogino che però la renderà padrona di casa. Celestine diventerà così uguale alla sua ex padrona di casa: frigida e severa col marito, che le fa da servo.
Nel romanzo la cameriera si accasava col domestico, un pari. Il regista spagnolo perché sconvolge questo elemento per criticare anche la propria protagonista. Il romanzo da cui è stato tratto il film è di Octave Mirabeau, col quale Buñuel condivide molti elementi: educazione gesuita, origini borghese e idee politiche sovversive.
Questo film è la prima collaborazione del maestro surrealista con lo scrittore Jean-Claude Carrière (classe 1981) con cui si instaura un sodalizio artistico dal quale nasceranno capolavori come Bella di giorno, La vita lettea, Il fascino discreto della borghesia, Il fantasma della libertà, Questo oscuro oggetto del desiderio. Per Carrière sarà l’inizio di una carriera folgorante, che lo porterà a collaborare più volte con alcuni dei più importanti registi della storia del cinema europeo : Louis Malle (Viva Maria! con Jeanne Moreau, Il ladro, Milou a maggio ), Milos Forman (Taking Off, L’ultimo inquisitore con Natalie Portman). Nel film lo sceneggiatore appare nel ruolo del curato che dispensa consigli sulla condotta sessuale della padrona di casa che non riesce a capire perché il marito voglia più di due rapporti a settimana. 
-L'importante è che voi non proviate mai piacere, signora!-
- Naturalmente, signor curato. -

venerdì 12 ottobre 2012

Reality: un'amara riflessione sul crollo culturale della nostra società

REALITY
di Matteo Garrone,
Italia, 2012
Genere: Dramma
con Aniello Arena, Nando Paone, Nunzia Schiano, Ciro Petrone
 
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Luciano è un pescivendolo amato dai concittadini e dalla famiglia che dopo aver fatto quasi per scherzo un provino per il Grande Fratello rimarrà vittima del terribile virus dell'ossessione di diventare famoso.
Uscendo dalla sala si è accompagnati da un duplice sentimento di tristezza: la malinconia per la storia raccontata, che ci riguarda tutti così da vicino, e l’amarezza per un film che con qualche sforzo in più poteva essere un capolavoro e invece rimane lì sospeso, come il finale della pellicola.
Garrone in ogni caso compone un film potente per immagini, lirismo e significati, capace di omaggiare e riunire con spontaneità e talento il grande cinema italiano di un tempo– il neorealismo, la commedia all'italiana, De Filippo e soprattutto Fellini. Ma Garrone mostra anche a quale condizione si è ridotto il nostro cinema, simboleggiato da Cinecittà, monumento agli anni d'oro del cinema italiano e oggi cumulo di scenografie che cadono a pezzi e set dei provini e riprese del Grande Fratello.
Da Fellini ai reality: perfetta parabola del tonfo culturale a cui oggi siamo spettatori.
Oltre alla satira sociale, che tocca il grottesco proprio come accadeva in Fellini, la cui ombra in Reality è sempre presente, Garrone tenta di mostrare la piaga sociale derivata dai reality show, ma la condisce con troppi lirismi per risultare davvero realistica e convincente.
In ogni caso almeno per un’ora siamo di fronte a un ottimo film, che ci mostra come la lusinga della fama, trasformandosi in ossessione, può rovinare un uomo e un’intera famiglia.
Reality è anche la descrizione - tutt'altro che clinica, di una malattia, di un vero e proprio Calvario che si materializza nella via crucis finale. 
La componente religiosa che Garrone inserisce nella pellicola presenta aspetti interessanti: innanzitutto la denuncia dell’ipocrisia, esemplificata nella scena in cui una signora, in Chiesa, mentre sta pregando mente ai propri interrogatori; poi la parabola di Luciano, non praticante che si avvicina la fede e diventa benefattore per guarire dalla propria ossession.
Gran premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes presieduto da Nanni Moretti.
VOTO: 8-

mercoledì 10 ottobre 2012

Virzì si conferma uno dei migliori registi italiani in circolazione



TUTTI I SANTI GIORNI
di Paolo Virzì,
Italia, 2012
con Luca Marinelli, Federica Victoria Caiozzo in arte Thony, Micol Azzurri
Genere: Commedia

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DATA DI USCITA: 11 OTTOBRE

Gli opposti si attraggono e ne sono la dimostrazione Guido (Luca Marinelli) e Antonia (Thony), lui colto, impacciato e fuori dal mondo e dal tempo, lei ragazza disinibita con passato turbolento e il sogno di fare la rockstar sostituito con quello di diventare madre.
I personaggi di Guido e Antonia sono descritti e interpretati talmente bene da entrare subito nel cuore dello spettatore: nelle loro esistenze, nei loro pregi e difetti è facile riconoscersi, ma ciò non significa che siano ordinari. Sono personaggi speciali che si muovono in un mondo banale e volgare, ben rappresentato dai burini da cui sono circondati (i vicini di casa, i clienti del pub). Guido è un uomo di altri tempi, in tutti i sensi, che parla un italiano antico e letterario incomprensibile ai più e colma di attenzioni l’amata e confusionaria compagna che lo ricambia amorevolmente.
Il loro sogno di diventare genitori si scontrerà con la dura realtà e l’iter medico che li trascinerà in un’avventura esilarante e toccante. Ma Antonia, dietro all’apparenza sicura, è un’anima fragile, che non accetta le proprie origini, non sopporta la sua famiglia e nemmeno se stessa, finendo per avere atteggiamenti autodistruttivi. Guido, al contrario, apparentemente goffo e fragile, è in verità sicuro e deciso e sa che la sua Antonia, nonostante tutto, è un essere speciale e lui avrà cura di lei.
 
A due anni da La prima cosa bella, che collezionò lodi per limpidità di scrittura e bravura nella direzione degli attori, Paolo Virzì torna con una storia intimista ispirata a un romanzo (La generazione) del concittadino Simone Lenzi e lascia ancora il segno con un bell’esempio di cinema italiano ben scritto, diretto e interpretato, capace di far sorridere (in questo caso tanto) e commuovere, confermando il fruttuoso sodalizio con Francesco Bruni (anche regista del sorprendente Scialla!). Applausi ai due sconosciuti interpreti, un Luca Marinelli cult e l'esordiente e irresistibile Federica Victoria Caiozzo in arte Thony, nella vita cantante e per l’occasione anche autrice anche delle canzoni del film.
VOTO: 8-

lunedì 8 ottobre 2012

Che guerra sia - Tutta colpa dei distributori



Che succede ai distributori italiani, in preda a una febbre che ha fatto prima anticipare le uscite al giovedì, il che potrebbe essere anche un’idea vincente, e posticipare tutti i film più importanti a questi ultimi mesi del 2012, scelta a dir poco opinabile?
Alcuni dei film più attesi della stagione, come Prometheus, On the road, Moonrise Kingdom, altrove usciti tra maggio e giugno, qui escono tra settembre e dicembre, quando chi li voleva vedere li ha già scaricati o visti da qualche altra parte.
Ma quella che sembra un vero e proprio suicidio è la scelta di congelare i due titoli italiani più attesi (dai cinefili) della stagione, ovvero quelli di Garrone e Bertolucci, presentati a Cannes a maggio e condannati a  partecipare a questa grande gara in cui nessuno vincerà e tutti perderanno.
Infatti tra settembre e novembre sui nostri schermi arriveranno le nuove opere di Bellocchio e Bertolucci, Soldini e Virzì, Garrone, Dario Argento, Castellitto e Gabriele Muccino. Praticamente all’appello mancano solo Sorrentino, Moretti e Ozpetek, ma per il resto, tutto il cinema italiano è condensato in questi due mesi.
Considerato che negli ultimi tempi il nostro cinema ha faticato non poco al box office, condensare tutti questi titoli in un lasso di tempo così ristretto significa condannarli, inevitabilmente, al fallimento. Un fallimento garantito anche dalla competizione con titoli stranieri di grande appeal, come gli ultimi capitoli delle saghe di L’era glaciale, Twilight e  007.
Ma l’aspetto più crudele è proprio che i migliori (e più fortunati) cineasti italiani dovranno scontrarsi tra loro in una guerra fratricida senza esclusione di colpi.

sabato 6 ottobre 2012

La grande peccatrice

LA GRANDE PECCATRICE
(LA BAIE DES ANGES)
Francia, 1963
Di Jacques Demy
con Jeanne Moreau, Claude Mann
Genere: Drammatico
File:BaiedesAngesPoster.jpg

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 TRAMA
Jean Fournier è un impiegato di banca, il classico bravo ragazzo che si lascia convincere da un collega più grande e mondano ad accompagnarlo al casino, esperienza che finirà per sconvolgergli la vita, trasformandolo in un giocatore accanito e trascinandolo in una storia d’amore con una donna ambigua.
RECENSIONE
La trama sembrerebbe annunciare l’inevitabile dramma, ma non è così: Jean non finirà sul lastrico e la donna non gli provocherà (troppi) guai, ma al contrario, lui con la sua integrità riuscirà, pare, a riportare sulla retta via questa donna che usa il proprio fascino per farsi mantenere da giocatori sensibilI al suo charme.

Più che una grande peccatrice il personaggio di Jeanne Moreau è quello di grande seduttrice, e il termine “peccato” comporta un giudizio che Jacques Demy sicuramente non voleva dare a un film comunque connotato di significati religiosi.

Meglio dunque l’originale, la Baia degli angeli, che si riferisce al luogo geografico (Nizza) e al fatto che i due personaggi sono in fondo due angeli: Jean è l’angelo che salva l’angelo caduto, un Orfeo che tenta di salvare dall’Inferno la sua Euridice. Lo stesso Demy dichiarò che all’origine della sceneggiatura, scritta in tre giorni (!) c’erano proprio i concetti di Paradiso e Inferno, insieme ad altre simbologie bibliche.
Il Morandini lo definisce “dostoevskiano nel tema, bressoniano nello stile di fertile secchezza”, due grandi complimenti per un film di indiscusso e intatto fascino, fondamentalmente e ingiustamente, ricordato solo come il film “con Jeanne Moreau” bionda. Splendide le musiche di Michel Legrand.

Del Jacques Demy “amaro”, decisamente più incisivo e memorabile risulta Lola, anche se è innegabile che il personaggio di Jackie interpretato da Jeanne Moreau risulti comunque affascinante. 

Curiosità: come assistente regista c'è Costa Gavras.
 

Dopo il saltino potete vedere tutto il film in versione originale, ahimé senza sottotitoli!

giovedì 4 ottobre 2012

Ted: la fiaba vietata ai bambini


TED
di Seth MacFarlane,
USA, 2012
con Mark Wahlberg, Mila Kunis
Genere: Commedia
USCITA ITALIANA: 4 OTTOBRE
 
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C’era grande attesa per il passaggio al cinema del creatore della serie animata per adulti I Griffin e di fronte a questa commedia che mischia attori in carne e ossa e un peluche parlante i fan possono considerarsi soddisfatti e ridersela di gusto.
L’ironia e la comicità politicamente scorretta che hanno reso I Griffin una serie di culto sono rimaste intatte ma il divertimento è assicurato anche per coloro che dei Griffin non hanno mai visto nulla.
Finalmente siamo di fronte a una commedia che fa ridere – fatto paradossalmente sempre più raro a Hollywood negli ultimi tempi – e lo fa mischiando comicità bassa e volgare a quella alta.
Ma attenzione, Ted è anche una fiaba, e come tale finirà per addolcirvi e farvi commuovere, prima di stendervi con le risate.
Citazioni e omaggi, con un paio di gustosissimi camei di personaggi chiamati a interpretare se stessi: una brava Norah Jones che l’avevamo lasciata alle sue notti di mirtillo e il Sam Jones protagonista dello scult Flash Gordon, spassosamente disponibile a prendersi in giro.
 
Il fantastico protagonista animato Ted è destinato a rimanere nella memoria e non ci dispiacerebbe vederlo ancora in azione. Al suo fianco non sfigura Mark Walhberg e brilla come al solito per bellezza e bravura Mila Kunis, tra l’altro protagonista, la stagione scorsa, di un’altra ottima commedia ingiustamente ignorata, Amici di letto: queste sono le commedie hollywoodiane che ci piacciono, dotate di originalità, faccia tosta, grande professionalità nella scrittura e nelle performance e non le commediole con star in declino come la recente Cosa aspettarsi quando si aspetta.
In questo caso il merito della riuscita dell’opera è dovuto in gran parte alla stessa persona: il geniale Seth MacFarlane è infatti regista, sceneggiatore e doppiatore di questo sfrontato gioiellino di comicità scorretta assolutamente imperdibile.
VOTO: 7,5

lunedì 1 ottobre 2012

Magic Mike: si salvi chi può

MAGIC MIKE
USA, 2012
di Steven Soderbergh
con Channing Tatum, Alex Pettyfer, Matthew McConaughey, Cody Horn, Matt Boomer, Joe Manganiello
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Mike (Channing Tatum), di giorno muratore e di notte spogliarellista col sogno di costruire mobili personalizzati, decide di dare una mano a un diciannovenne spiantato (Alex Pettyfer) che finirà per prendergli tutto ma gli farà capire cosa davvero conta nella vita.
Il quarantanovenne Soderbergh, giunto al ventiquattresimo lungometraggio in ventitre anni, nella sua carriera ha dimostrato di sapere stupire (Sesso, bugie e videotape), intrattenere (Ocean’s Eleven), riflettere (Erin Brokovich), insegnare (Che) e anche annoiare con progetti ambiziosi ma deludenti. Sicuramente l’ultimo suo film appartiene a questo filone. Atteso come commedia drammatica sul mondo degli striptease maschili, il film non ha nulla di sexy, scintillante, divertente o drammatico. Di drammatico, c’è solo l'imbarazzante copione, scritto malissimo dal trentenne esordiente Reid Carolin che è anche produttore del film assieme a Channing Tatum, che ne è invece protagonista e ispiratore.
Magic Mike è infatti il nome con cui Tatum si esibiva come spogliarellista quando aveva diciannove anni e di giorno faceva il muratore. Ora di anni ne ha trentadue ed è ancora credibile come spogliarellista e ce la sta mettendo tutta per esserlo anche come attore. Al suo fianco altri bellimbusti, di svariate età (passiamo dai 22 anni di Pettyfer ai 43 di McConaughey), che provano a recitare e si alternano in striptease coreografati, montati e musicati male. Non che le scene dialogate siano meglio e il pessimo doppiaggio non aiuta a rendere il tutto meno imbarazzante. Anche l'unica presenza femminile del film, Cody Horn, non brilla di certo per talento o per simpatia. 
Come già anticipato però, il problema principale è la sceneggiatura: l'introduzione dei personaggi è qualcosa di indegno, così come il fastidioso finale.
Incurante del prodotto e del target, Soderbergh filma alcune scene (quelle di sesso) con il suo solito tocco artistico, peccato che in una pellicola del genere lo stile e l’arte non c’entrino molto.

VOTO: 4